Piccola Storia del Popolo Brasiliano (17.11.1913)
con incisioni e una carta geografica del Brasile
Prof. G. Monachesi
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Fonte Digital
Digitalização da edição em papel
Biblioteca Popolare di Coltura
Antonio Vallardi — Editore
Via Stelvio, 2
Milano
1913
Copyright:
©2006 Prof. G. Monachesi
Nota do Editor
CAPITOLO I.
STORIA DEL BRASILE
dall’epoca coloniale fino alla fondazione dell’impero.
CAPITOLO II.
GEOGRAFIA DEL BRASILE.
CAPITOLO III.
Etnografìa — Usi e Costumi
Storia della colonizzazione italiana nel Brasile.
CAPITOLO IV.
Gli Italiani nei diversi Stati del Brasile.
CAPITOLO V.
Alcune, “Fazendas” italiane e brasiliane nello Stato di S. Paulo.
CAPITOLO VI.
Prodotti, Industrie e Commerci Brasiliani.
CAPITOLO VII.
Istituzioni, pubbliche brasiliane.
CAPITOLO VIII.
Il Capitolo degli Emigranti.
Indice
Notas
Esta é uma obra rara.
Publicada em 1913, em Milão, era um guia para os italianos que demandavam o Brasil. É um documento histórico importante para a reconstrução da epopéia, da heroicidade dos italianos que vieram dar sua contribuição para a construção do Brasil.
O documento fala por si e de sua importância.
Na revisão, cuidou-se de manter a integralidade da fonte digitalizada. Assim, foram preservadas as grafias, mesmo quando incorretas, referentes a lugares e pessoas. Por exemplo, Pedro Alvarez, Martino Alfonso de Sonza, Thomas de Souza, Minas Gerães, Piracicata, Teodoro da Fonseca, entre outros. Até mesmo a concordância (p.e. “se vuol lavorare come salariato in una fazendas”) foi preservada.
Foi mantida, ainda, a grafia do original italiano, mesmo no que se refere à própria língua italiana. Não se tratou de atualizar nada. A “i lunga” (j) é um bom exemplo.
Mas, para evitar ao eventual leitor a mesma dúvida que apareceu na revisão, foi corrigido, no índice, ‘remajuolo’, como está na fonte digitalizada, por ‘renajuolo’, como aparece no corpo do livro (atual: renauolo - addetto allo scavo e al trasporto di sabbia - Varianti: renaiuolo - Ap. De Mauro - il dizionario della lingua - www.demauroparavia.it).
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Boa leitura!
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PROPRIETÀ LETTERARIA
Milano. Coi tipi dello Stabilim. dell’Editore ANTONIO VALLARCI.
17-11-913 (dx).
STORIA DEL BRASILE
dall’epoca coloniale fino alla fondazione dell’impero.
Scoperta del Brasile.
La tradizione fa risalire la scoperta del Brasile a Jean Cousin, capitano marittimo di Dieppe, che vi sarebbe giunto verso il 1488; ma nessun documento storico esiste che possa testimoniare questo viaggio.
Il vero scopritore del paese fu il portoghese Alvarez Cabral il quale salpò da Lisbona il 9 marzo 1500, dopo aver ricevuto da Vasco de Gama l’istruzione di dirigersi verso le Indie, facendo rotta costantemente verso il Sud e tenendosi lontano dalle coste africane.
Il 21 aprile Cabral scorse galleggiare sull’acqua piante marine, che gli additarono come qualche terra non fosse lontana, ed infatti il giorno seguente apparve il profilo netto d’una montagna, che il comandante chiamò Monte Paschoal. Nel 23 egli fece gettare l’ancora a mezza lega dalla costa e finalmente il giorno 25 le navi entrarono in una baja a cui fu posto il nome di Porto Seguro. Alvarez Cabral salutò il paese inatteso, incontrato nel viaggio per le Indie, col nome di Terra de S. Cruz, che si cambiò più tardi in quello di Brasil, nome già noto in commercio tra gl’indigeni perchè con esso s’indicava una specie di legname usato nelle tintorie e chiamato dagli indii ibarà pitang, e ne prese subito possesso. Ormai la via era aperta alle numerose esplorazioni europee verso la nuova terra.
Le prime esplorazioni.
Le due prime esplorazioni furono compiute dal 1501 al 1504 e ad esse prese parte il nostro grande italiano Amerigo Vespucci[1]. Nella prima s’identificò la costa fra Cabo S. Roque e Cananèa e nella seconda si percorse la estesa spiaggia da Bahia verso il Sud.
Presso l’isola di Fernando de Noronha, Vespucci si separò dal capo delle spedizioni, Gonzales Coelho, continuò le sue esplorazioni spingendosi dentro terra per circa 40 leghe e, a Capo Frio, costruì un forte mentre il Coelho ne faceva erigere un altro nella baja di Rio de Janeiro. I due forti vennero distrutti, più tardi, dagli indii. Nel 1504 il nostro Amerigo Vespucci pubblicò una carta, la quale fu il primo documento che facesse conoscere all’Europa le meraviglie delle terre brasiliane e scrisse queste parole profetiche ed entusiastiche: «E se nel mondo è alcun paradiso terrestre, senza dubbio deve essere non molto lontano da questi luoghi».
La colonizzazione portoghese s’effettuò lentissimamente, perchè il Portogallo, allora all’apogeo della prosperità, non si curò molto della sua nuova conquista, pur impedendo che altri ne profittasse.
Il governo portoghese, tra il 1508 ed il 1526, fece deportare sulle terre brasiliane molti condannati e mandò verso il territorio scoperto un buon numero di coloni per popolarlo.
Nel 1510 il portoghese Diego Alvares, salvatosi da un naufragio sull’isola di Itaparica, prese stabile dimora nel paese, vi sposò un’india, cambiò il suo nome con quello di Caramaru e divenne capo potente di tribù.
Nel 1512 un altro portoghese João Ramalho si stabiliva in Piratininga, che oggi fa parte del territorio dello Stato di S. Paolo, sposò la figlia d’un indio, mentre Antonio Rodriguez anch’egli sposava la figliuola d’un altro capo di tribù indigena e fissava la sua residenza in Gerybatiba. Tutti questi primi abitatori del Brasile furono al servizio del Governo portoghese.
La colonizzazione — I Gesuiti — Gli esploratori.
Nell’anno 1531 il re del Portogallo incaricava Martino Alfonso de Sonza di occupare il Brasile ed amministrarlo e nel 1532 costui impiantava la Colonia di S. Vicente. Più tardi il paese fu suddiviso da linee immaginarie, parallele all’equatore, in 15 sezioni, costituenti 12 Capitanie ereditarie delle quali re Giovanni II fece donazione a vari gentiluomini portoghesi fra cui lo stesso Martino Alfonso che tenne per sè la Capitania di S. Vicente, oggi il floridissimo Stato di S. Paolo.
Si deve a lui l’importazione della canna da zucchero nel Brasile, dall’isola di Madeira.
La colonizzazione del paese incominciò nel 1532 e continuò fino al 1566, mentre i re del Portogallo riscattavano a poco a poco le Capitanie a profitto della Corona.
Nel giugno del 1500 un compagno del grande Cristoforo Colombo, Vicente Yanez Pinzon, approdava all’imboccatura dell’Amazzone; ma senza cercare di riconoscerne il corso. Dopo quarantanni il maestoso fiume venne percorso nella sua maggior parte dallo spagnuolo Francisco Orellana il quale, inviato da Gonzalo Pizarro a cercare le provvigioni necessarie nella valle del Napo, abbandonò invece il Gonzalo e, con una misera barca di legno ancor verde, montata da pochi uomini, discese il Napo, poi l’Amazzone finché, dopo otto mesi di navigazione, potè giungere all’imboccatura del gran fiume. In Ispagna si credette ch’egli avesse scoperto il paese favoloso dell’Eldorado e Carlo V, a cui Orellana aveva fatto una narrazione oltremodo fantastica, lo nominò governatore delle regioni scoperte; ma egli morì sulla costa di Caracas senza aver potuto ritornare all’imboccatura di quel fiume maestoso, che gli Indiani chiamavano coi nomi significativi di Tunguragua, cioè «Fiumei-re» credendo che facesse il giro del mondo e aggruppasse intorno alle sue rive tutti i popoli della terra.
Nel 1549 Thomas de Sonza venne nominato primo governatore del Brasile. Egli fondò la città di San Salvador da Bahia, che per due secoli ne fu la capitale, e condusse con sè, per civilizzare gli indigeni, alcuni padri gesuiti, fra cui emersero molte figure nobilissime; come Manoel Nobrega, Aspilcueta Navarro e Josè de Anchieta, chiamati gli apostoli del Brasile.
Padre Manoel da Nobrega, di vivissimo ingegno, ajutò efficacemente l’onesta e feconda amministrazione del De Sonza, fondò in Bahia una scuola dove i figli degli aborigeni venivano istruiti, e viaggiò così attivamente fra quelle tribù incivili che gli indigeni lo chiamarono il «prete che vola».
Nello stesso tempo Aspilcueta Navarro imparava da solo l’idioma di quei popoli, preparava un catechismo in lingua tupì, vi traduceva le preghiere cattoliche e con essa predicava il Vangelo ai selvaggi, dirozzandone le abitudini, aprendone le intelligenze, coltivandone a mitezza e a virtù i costumi.
Josè de Anchieta è ancora venerato come il taumaturgo, il Santo del Brasile. Egli andò a Piratininga quale maestro di scuola e soffrì privazioni inaudite per il miglioramento di quelle tribù. Dormiva nella capanna stessa dove, di giorno, non solo faceva lezione, ma curava i malati, ospitava i poveri, adunava quanti fossero senza tetto e senza cibo. Ai suoi alunni insegnava il latino, mentre egli stesso imparava il tupì per comporne il vocabolario e la prima grammatica. Instancabile e buono, lavorava anche di notte per scrivere le lezioni ad ogni alunno, dettava inni, ballate, e azioni teatrali che gli indigeni stessi rappresentavano o a cui assistevano.
I Gesuiti, bisogna serenamente riconoscerlo, furono i protettori, gli amici, gli educatori della primitiva società brasiliana e specialmente dei più umili e maltrattati. Essi costruirono e diressero le prime scuole, strinsero i trattati di pace fra le tribù turbolente; vinsero le epidemie che invadevano plaghe sterminate di terre, e ci lasciarono scritti e carte geografiche che sono documento importantissimo ed unico, fonte preziosa di studio per il passato brasiliano e segnano il cammino vittorioso della civiltà europea, o meglio latina, in quelle terre feconde, destinate ad accogliere, dopo secoli, le energie migliori delle nostre genti.
A quel tempo la popolazione del Brasile si componeva, oltre che degli indii civilizzati ed ancora barbari, di metìcci detti «mamelucos», cioè «figli di donna indigena», dei negri che incominciarono ad essere diretti dall’Africa alle Capitanie del Nord del Brasile, poco dopo che erano state fondate quelle del Sud, e dai bianchi, portoghesi, spagnuoli, olandesi, francesi, ecc. cioè dagli esploratori europei, audaci, indomabili come avventurieri, che si avviarono senza itinerario, senza ricovero, affidandosi al caso, alimentandosi coi prodotti della caccia e della pesca, lungo i corsi dei fiumi, per regioni sconosciute, su zattere improvvisate, superando cascate, paludi, abissi, foreste, affrontando il pericolo delle tribù selvagge, più temibile delle stesse belve, perseguitati dalle febbri, dall’ignoto, dalle intemperie. Questi uomini arditi si fermavano talvolta nella loro affannosa ricerca per accamparsi, seminare cereali, raccoglierli e ricominciare la via aspra, di cui ignoravano il principio e la fine. E così, ostinatamente audaci, percorsero, attraverso a malattie, a privazioni, a catastrofi, a pericoli veri e fantastici l’interno del Brasile per un secolo intero, scoprendo regioni sconfinate, compiendo escursioni, che sono ardue anche oggi, fino a giungere alle Ande, al nord del Paraguay, alle Cordigliere del Perù, esplorando il cuore del Brasile e scoprendo le ricchezze d’oro e di diamanti a Minas Gerães, Goyaz, Matto Grosso, all’est di San Paulo. Essi furono i pionieri meravigliosi ed umili della successiva esplorazione e colonizzazione europea.
Espansione nell’interno del paese nei secoli XVI, XVII, XVIII.
Mentre i Portoghesi assicuravano, con sforzi titanici ed in modo stabile, la loro signoria contro l’invasione e il tentativo di dominio dei Francesi (dal 1504 al principio del secolo XVIII); degli Olandesi (dal 1599 al 6 giugno del 1654); fin dagli ultimi anni del secolo XVI, arditi e sagaci esploratori, s’inoltrarono pian piano nell’interno del paese aprendo la via ai coloni i quali, ben presto, ne popolarono le immense regioni. Gli abitanti di San Paulo, «paulisti» , si distinsero in modo particolare in queste avventure, conquistarono tutta la provincia, oggi chiamata di Rio Grande do Sul, e fondarono nell’interno i primi centri europei di Minas Gerães, di Goyaz, di Matto Grosso e di Santa Catharina, favorendo lo sviluppo commerciale nell’interno e coll’estero e specialmente col Portogallo.
Ma questo progresso era accompagnato da lotte vivissime, tra i nativi del paese e quelli venuti dal Portogallo, e specialmente da battaglie violente tra i Paulisti e gli stranieri che erano accorsi a migliaja nelle miniere per far rapida fortuna. Una di queste guerre feroci durò quattro anni continui. Ma, nonostante l’intraprendenza e la fortuna dei Portoghesi, il progresso della colonia fu ritardato dalla politica errata della madre patria. Infatti, nel secolo decimosettimo e al principio del diciottesimo, il commercio del paese venne monopolizzato da parte di alcune compagnie privilegiate e si stabilì che nessuna derrata dovesse uscire dal Brasile senza passare a Lisbona, in modo che si esclusero assolutamente gli stranieri dal traffico.
Finalmente, verso il 1808, si iniziò una nuova era brasiliana per la venuta della famiglia reale di Bragança dal Portogallo, profuga in seguito all’invasione Napoleonica. Il 7 marzo 1808 Giovanni VI e la sua corte giunsero a Rio de Janeiro e quasi subito un decreto reale dichiarò aperti i porti brasiliani al commercio internazionale per tutti i paesi in rapporti cordiali col Portogallo. Furono impiantati tribunali, scuole superiori, istituti di arti e mestieri, musei, giardini botanici e, nel 1815, per i provvedimenti liberali del sovrano, che cercò con ogni mezzo d’accelerare il progresso della vecchia colonia nazionale, questa fu elevata a regno.
Nel 1821 il Portogallo, liberatosi dagli stranieri, proclamava la Costituzione e le Cortes richiamavano in patria Giovanni VI, il quale lasciò il Brasile, consegnando le redini del potere al figlio Don Pedro, eletto principe reggente.
Dalla fondazione dell’Impero alla proclamazione della Repubblica.
Le Cortes portoghesi manifestarono ben presto l’intento di cambiare nel Brasile la politica liberale e progressista di Giovanni VI, e cercarono di seminar la discordia fra le provincie brasiliane, ed infine richiamarono a Lisbona Don Pedro di Bragança. Da questi tentativi di reazione scoppiò vigoroso il risveglio del movimento autonomo. Infatti il 9 gennajo 1822 gli abitanti di Rio de Janeiro s’adunarono in massa davanti al palazzo della Reggenza, chiedendo al principe di non abbandonare il Brasile, e Don Pedro non solo rassicurò i dimostranti ch’egli non sarebbe partito, ma ordinò alle truppe portoghesi di ritornare in Europa. Però il Brasile aveva aspirazioni ancora maggiori: voleva scuotere e spezzare definitivamente il giogo portoghese sicchè la minima occasione avrebbe fatto scoppiare la rivolta.
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Don Pedro II
imperatore del Brasile.
Ai primi di settembre dello stesso anno una staffetta raggiungeva sul colle di Ypiranga il principe Don Pedro, di ritorno da Santos, e gli consegnava una lettera del Governo portoghese, che gli ordinava di far arrestare i suoi ministri, di abbandonare la reggenza e ritornare immediatamente in Portogallo.
In quell’istante il principe si volse al seguito e, levando la spada, pronunziò ad alta voce le parole, che divennero storiche: «Indipendenza o morte!» Ad esse risposero, con grida di entusiasmo, i gentiluomini e gli ufficiali della guardia d’onore.
Il pittore Pedro Americo eternò l’episodio glorioso del 7 settembre 1822 in un magnifico quadro storico, che si ammira in San Paulo nella Pinacoteca dello Stato.
Questo movimento ebbe il suo trionfo pochi giorni dopo, quando Don Pedro proclamò l’indipendenza del Brasile, gli dette la costituzione e fu eletto Imperatore della giovane nazione. Il periodo che trascorse dal 1822 al 1849, fu occupato da rivoluzioni interne che desolarono il paese e si aggravarono ancor più alla notizia della rivoluzione francese del 1830.
Pedro I, riconosciutosi impotente a frenare le lotte appassionate fra Portoghesi e Brasiliani, abdicò il 7 aprile 1831, affidando i figliuoli minori, senza madre, al popolo trionfante con la rivoluzione, tanto fidava nel suo carattere leale, e lasciando la corona al figlio Don Pedro II, che aveva appena 5 anni, e la direzione del regno ad una reggenza.
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Princip. Isabella di Orleans e Braganza
reggente dell’impero del Brasile nel 1876 in assenza dell’imperatore
Don Pedro II, proclamato dalla nazione maggiorenne a 15 anni, fu un imperatore veramente liberale, buono, illuminato, gloria e fortuna del Brasile che potè, durante i quarant’anni del suo regno, innalzarsi moralmente e materialmente fra le nazioni e prepararsi il più glorioso avvenire. L’istruzione, l’industria, l’agricoltura, il commercio si svilupparono rapidamente e la costruzione di ferrovie, l’organizzazione di linee di navigazione, gli incoraggiamenti all’emigrazione facilitarono una prosperità meravigliosa e il rapido progresso di tutti quegli elementi che sono necessari per lo sviluppo d’una civiltà in formazione. Ma l’opera principale di Don Pedro II, a cui egli si dedicò continuamente, con ogni mezzo suggeritogli dall’intelligenza vivace e dalla bontà dell’animo, e per la quale vivrà immortale nella storia e nella gratitudine dei popoli, fu l’abolizione della schiavitù e, conscguentemente, della tratta dei negri. Il Brasile, infatti, come tutte le colonie produttrici di zucchero, sin dal secolo XVI aveva introdotto i negri africani, e la tratta si praticava ancora su vasta scala nella prima parte del secolo decimonono, specialmente perchè i negri erano i soli lavoratori agricoli, e perchè appunto la produzione del terreno è la fonte principale della ricchezza pubblica. Nel Brasile, dunque, l’opera di emancipazione era più ardua che altrove, potendo travolgere con sè gli interessi vitali del paese; perciò Pedro II dovette adoperarsi con tutte le sue forze, intelligentemente ed instancabilmente, prima d’ottenere dalle Camere un progetto di legge che cancellasse per sempre il vergognoso ed abominevole traffico. Questo atto nobilissimo di Don Pedro, compiuto nel 1850, fu la prima tappa verso l’opera umanitaria; nel 1871 si votò una legge chiamata «del ventre libero», la quale, dichiarando liberi i figli nati da madre schiava, destinava l’abolizione graduale della schiavitù e, nel 1888, dopo un vivacissimo movimento d’opinione determinato dai pubblicisti e dalle associazioni liberali, venne proclamata, il giorno 13 maggio, l’abolizione totale, che fu salutata dall’entusiasmo popolare e dal mondo civile come un nobilissimo trionfo.
Dalla proclamazione della Repubblica ai giorni nostri.
Guerre.
Sotto il regno di Don Pedro II il Brasile sostenne due guerre gloriose: la prima contro l’Argentina o meglio contro il Dittatore argentino J. Manoel Rosas, che dominava dispoticamente in Buenos Aires ed aveva assediato, fin dal 1842, Montevideo. La guerra, dopo dieci anni d’assedio, fini con la vittoria del Brasile e l’indipendenza dell’Uruguay da esso difeso (1852)[2].
La seconda guerra fu diretta contro il Paraguay. per il violento intervento del dittatore Solano Lopez nelle contese del Brasile con la repubblica dell’Uruguay e per un’audace violazione d’ogni regola internazionale e dell’onore stesso del Brasile. L’imperatore Don Pedro II rivolse un caldo appello alla nazione, che rispose entusiasticamente.
La guerra, difficilissima per il numero minore di uomini, e più ancora perchè il Paraguay era un paese sconosciuto e quindi pieno di pericoli, durò sanguinosa per cinque lunghi anni ed ebbe termine con la vittoria del Brasile.
La guerra aspra ed eroica, avendo per la prima volta e per molti anni mantenuti vicini ed ugualmente sottoposti alla stessa disciplina militare ed animati da uno stesso sentimento ed entusiasmo i numerosissimi figli di tutte le più lontane zone del vasto impero, strinse fra i brasiliani i vincoli dell’unità nazionale.
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Teodoro da Fonseca
primo presidente della Repubblica del Brasile
Ma, per quanto il sovrano liberale avesse ottenuto, dai suoi sforzi d’uomo intelligente, un ammirevole progresso nella sua nazione, il partito repubblicano non si trattenne dal fare propaganda attiva contro le istituzioni della monarchia, anzi si ingrandì e rafforzò profittando del malcontento del partito conservatore, in conseguenza dell’abolizione della schiavitù, e preparò segretamente la rivoluzione, che scoppiò improvvisa il 15 novembre 1889, coll appoggio dell’esercito e della marina, diretta dal maresciallo Teodoro de Fonseca. I ministri, asserragliati nel quartiere generale, furono costretti a dimettersi, ed il sovrano venne deposto ed esiliato in Europa, verso cui egli s’imbarcò quasi subito con la famiglia. Ma non si sparse una goccia di sangue.
Un’assemblea costituente, adunata in Rio de Janeiro nel 1890, elaborò la Costituzione, che fu promulgata il 24 febbraio 1891; ed è quella attuale del Brasile. Il primo presidente della Repubblica fu lo stesso Teodoro de Fonseca.
Il primo periodo repubblicano e la costituzione federale.
Il periodo che seguì alla proclamazione della Repubblica, fu uno dei più agitati della storia del Brasile. La rivolta della flotta a Rio, nel 1892, e la così detta guerra federalista, che scoppiò a Rio Grande do Sul, desolarono il paese ed a fatica le truppe governative poterono trionfare sui facinorosi. In quel tempo la nazione era minacciata anche da una violenta crisi economica, prodotta dall’abuso di speculazioni di borsa, da spese smodate che avevano avvilito il valore della carta moneta e dall’organizzazione troppo repentina di imprese industriali.
Tutto questo movimento sembrava, è vero, un poderoso impulso di progresso, un reale ringiovanimento delle forze del paese; ma giunse l’ora in cui la situazione si presentò nella più fosca realtà e, svanita come un’illusione quest’epoca di chimere, il Brasile cominciò a soffrire le dolorose conseguenze dei tentativi iniziati senza i mezzi opportuni.
Ma più dolorosa di questi danni fu la sciagurata guerra civile, che scoppiò violenta e crudele fra i diversi Stati del Governo federale per opera rivoluzionaria e per cui molte nobili vite si spensero; così quella del valoroso patriota ammiraglio Saldanha de Gama, che morì nella battaglia di Campo Osorio. La sua morte ferì così crudelmente il cuore della nazione che tutti sentirono la necessità di por fine alla guerra fratricida, e subito s’iniziò una attiva campagna a favore della pace, la quale venne stipulata iniziando una politica di concordia indispensabile al progresso della Repubblica. Vinte qua e là altre rivolte e perturbazioni politiche, il regime repubblicano, fin dal 1895, si dette con energia indomita ad opere mirabili di restaurazione delle finanze, dell’organismo bancario, ad utili riforme nell’istruzione pubblica, nell’esercito, nella marina, a votare leggi a vantaggio dell’agricoltura e dell’industria nazionale, a curare l’abbellimento e l’igiene della capitale della Repubblica, a promuovere la costruzione di ferrovie e di edifici ed a curare quanto potesse contribuire alla prosperità del Brasile.
La costituzione del 1891.
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Stemma della città di Rio de Janeiro.
La costituzione promulgata nel 24 febbraio 1891 è quella d’una repubblica federale, sul modello degli Stati Uniti dell’America del Nord. Il territorio nazionale è diviso in venti Stati, che formano l’Unione Federale e che godono una larga autonomia amministrativa e politica, eleggono il proprio governatore ed il proprio potere legislativo, il quale può comporsi di una o due Camere. I membri del potere giudiziario di ciascuno Stato sono nominati dal governo locale ed ogni Stato possiede leggi speciali per l’amministrazione della giustizia. Gli Stati sono divisi in municipalità le quali eleggono i propri consigli; qualcuno però ha prefetti municipali nominati dal Governo. La capitale dell’Unione è la città di Rio Janeiro. Quest’ampia autonomia è ristretta solo in quanto riguarda 1’imprescindibilità dell’azione federale nazionale; come pei rapporti con le nazioni estere, per l’esercito, la flotta, il commercio internazionale, le banche d’emissione, il debito pubblico, le poste e telegrafi ed altri servizi d’interesse generale. Ogni cittadino brasiliano maggiorenne, (21 anni), che sappia leggere e scrivere, è elettore ed eleggibile. Lo straniero naturalizzato può occupare tutte le cariche di nomina e di elezione, meno quella di Presidente della Repubblica.
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Il governo federale non può intervenire negli affari statali se non quando si tratti di difendere il territori della Repubblica da un’invasione straniera, o di ristabilire l’ordine pubblico, o per assicurare l’applicazione delle leggi e dei decreti federali e per prestare, se invocato, soccorsi in occasione di pubbliche calamità. Tutti gli affari dell’Unione sono trattati da tre poteri riconosciuti dalla Costituzione: legislativo, esecutivo e giudiziario.
Il potere legislativo è esercitato con la sanzione del Presidente della Repubblica, dal Congresso nazionale, che si compone del Senato e della Camera dei deputati. Senatori e Deputati vengono eletti contemporaneamente in tutta la Repubblica; i primi in proporzione di 3 per ogni Stato, mentre la rappresentanza alla Camera è proporzionata alla popolazione d’ognuno di essi.
Il Senato comprende 63 membri; la Camera dei deputati 212.
Il potere esecutivo ha per capo il Presidente della Repubblica, il quale viene eletto per 4 anni, non è rieleggibile per il periodo presidenziale successivo a quello dal quale è decaduto e nomina e revoca liberamente i propri ministri. Egli è il solo responsabile di fronte al Congresso nazionale. Se incorresse in accuse, dovrebbe sottoporsi al giudizio, del Senato, presieduto dal Supremo Tribunale di giustizia.
I ministeri, ognuno dei quali presiede ad un ramo della pubblica amministrazione, sono 7: interno e giustizia, affari esteri, finanze, lavori pubblici, agricoltura ed industria, guerra, marina.
Il potere giudiziario dell’Unione è composto d’un Tribunale Supremo e d’un giùdice federale, d’un sostituto e d’un procuratore in ogni Stato e nel distretto federale. Questi giudici conoscono le cause e trattano i diritti dell’Unione. Per le cause definite dal potere giudiziario particolare degli Stati, si può ricorrere al Tribunale Supremo, che è composto da magistrati nominati dal Presidente della Repubblica, ma ratificati dal Senato.
Ciascuno Stato può darsi la costituzione che più gli piaccia, purché sieno rispettati i principii costituzionali dell’Unione ed ai Municipi sia garantita l’autonomia necessaria alla libera amministrazione dei loro particolari interessi.
La religione più diffusa è la cattolica; la Chiesa è separata dallo Stato e la maggiore indipendenza di culto, di pensiero, di stampa, di parola domina incondizionatamente in tutti gli Stati dell’Unione.
L’esercito si compone, in tempo di pace, di 20.000 uomini. A questi bisogna aggiùngere la guardia nazionale, che è considerata come una riserva per l’esercito e che funziona solo in tempo di guerra.
Ogni Stato poi ha la sua forza pubblica militarizzata con un numero di uomini proporzionato alla popolazione che conta. Qualche municipio mantiene guardie municipali che funzionano da poliziotti. Tutta la polizia militare ammonta a 35.000 uomini. In quanto alla flotta i brasiliani possono giustamente chiamarsi i Giapponesi dell’America del Sud, poichè furono i primi a crearsi una flotta veramente moderna e, se i turbamenti civili che seguirono alla proclamazione della Repubblica, indebolirono alquanto la forza di questa flotta grandiosa, oggi essa ha di nuovo la supremazia nei mari dell’America del Sud.
L’istruzione è completamente libera e l’Unione mantiene due Facoltà di medicina, due Facoltà di diritto, una Scuola Politecnica, una Scuola mineraria, una Scuola di belle arti e un Conservatorio di musica.
Gli Stati e le associazioni private hanno piena libertà di fondare e sovvenire istituti d’insegnamento superiore, sicchè parecchi Stati hanno la Facoltà di diritto, e quello di San Paulo possiede un’ottima Scuola politecnica, mentre Rio Grande del Sud ha una Facoltà di medicina.
L’insegnamento secondario è libero e a carico degli Stati, ed una legge recente riconosce ai ginnasi ed ai licei privati il diritto di rilasciare diplomi equipollenti a quelli rilasciati dal Ginnasio Nazionale di Rio Janeiro, purché s’informino al programma ufficiale d’insegnamento. Anzi, un censore è incaricato di sorvegliarne la stretta applicazione.
L’istruzione primaria è anch’essa a carico degli Stati e dei municipi, mentre è libera l’apertura di scuole private. In questo momento si dà un’importanza straordinaria alla diffusione degli istituti d’insegnamento professionale e tecnico e già, in parecchi centri, sono sorte scuole commerciali di grandissima utilità.
L’ultimo censimento del Brasile risale al 1906 e il seguente prospetto fa rilevare quanti e quali siano gli Stati con la loro capitale, la superfìcie e la popolazione.
| STATI | CAPITALI | SUPERFICIE | POPULAZ. nel 1906 |
| 1. Amazonas | Manàos | 1.894.724 | 240.400 |
| 2. Pará | Belém | 1.149.712 | 652.000 |
| 3. Maranhão | S. Luiz | 459.884 | 660.000 |
| 4. Piauhy | Theresina | 301.797 | 425.000 |
| 5. Ceará | Fortaleza | 104.250 | 1.000.000 |
| 6. Rio Grande do Norte | Natal | 57.485 | 407.200 |
| 7. Parahyba do Norte | Parahyba | 74.731 | 596.000 |
| 8. Pernambuco | Recife | 128.395 | 2.089.500 |
| 9. Alagoas | Maceió | 58.491 | 781.600 |
| 10. Sergipe | Aracajú | 39.090 | 450.000 |
| 11. Bahia | S. Salvador | 426.427 | 2.335.000 |
| 12. Espirito Santo | Victoria | 44.839 | 201.600 |
| 13. Rio de Janeiro | Nictheroy | 68.982 | 1.300.000 |
| 14. S. Paulo | S. Paulo | 290.876 | 3.000.000* |
| 15. Paraná | Curityba | 221.319 | 450.000* |
| 16. Santa Catharina | Florianopolis | 74.156 | 450.000* |
| 17. Rio Grande do Sul | Porto Alegre | 236.553 | 1.500.000* |
| 18. Minas Geraes | Bello Horizonte | 574.855 | 4.277.400 |
| 19. Goyaz | Goyaz | 747.311 | 340.000 |
| 20. Matto Grosso | Cuyabá | 1.378.783 | 157.000 |
| 21. Distretto Federale | Rio de Janeiro | 1.116 | 811.400 |
| 22. Territorio do Acre | .... | 191.000 | 412.000 |
| Totale | 8.524.776 | 2.146.100 |
* — Nel censimento del 1910. Per gli altri non abbiamo ancora i dati. Però la popolazione è ora superiore ai 23.420.000 abitanti. N. dell’A.
GEOGRAFIA DEL BRASILE.
Confini.
Gli Stati Uniti del Brasile occupano, da soli, più della metà delle terre dell’America del Sud e, rispetto alla superficie, sono uno dei paesi più vasti del mondo. Il Brasile è situato in modo che ha le sue terre nei due emisferi, poichè l’Equatore attraversa a settentrione il suo vasto territorio; però la maggior parte di esso trovasi nella zona torrida.
I suoi confini toccano tutti i paesi dell’America del Sud, eccettuato il Cile; infatti a nord il Brasile confina colla Repubblica del Venezuela, con la Guyana inglese, olandese e francese; ad est coll’Oceano Atlantico; al sud con la Repubblica orientale dell’Uruguay; ad ovest colle Repubbliche Argentina, Paraguay, Bolivia, Perù, Equador e Colombia; ma le sue frontiere non sono ancora in tutte le parti definitivamente tracciate. La sua superficie supera gli 8 milioni di chilometri quadrati.
Litorale Brasiliano.
Il Brasile ha, nella sua configurazione geografica, la forma approssimativa d’un triangolo mentre la costa, che si estende lungo l’Oceano Atlantico, in linea frastagliata, forma un angolo il cui vertice è al Capo S. Roque e discende obliquamente verso il sud sino al Rio Chuy. Le insenature sono però poco profonde; sicchè le grandi baje non abbondano; mentre i golfi, i buoni ancoraggi ed i porti sicuri sono numerosi.
A partire dal delta dell’Amazzone si trovano: la baja di S. Marco, di San Josè, di Tutoya. Al sud del Capo di San Roque si trovano il Porto di Natal ed il Porto di Parahyba. Da questo punto della costa fino a Bahia si estende un immenso banco di corallo, un’apertura del quale forma il porto di Pernambuco chiamato Recife (Scoglio) a causa di questa diga naturale che costituisce una rada sicurissima innanzi alla città, dandole un aspetto caratteristico.
Fra il capo di S. Antonio e l’isola di Itaparica s’apre la bella e vasta baja di Todos os Santos nello Stato di Bahia. A Sud di essa si trovano: la baja Camamù, la baja di Cannavieiras e Porto Seguro vicino al luogo dove la flotta di Pedro Alvares Cabral gettò l’ancora nel 1500.
Lungo la costa dello Stato di Espirito Santo vi sono la baja di S. Matheus e il Porto di Victoria di accesso poco facile; ma che è il più importante da Bahia a Rioe de Janeiro. Alte montagne di basalto, veri colossi di granito, rendono questa costa visibile a quindici e venti leghe lontano dal mare; lungo questo tratto s’incontrano molte isole, baje, insenature e porti, tra cui quello di Cabo Frio e l’isola dello stesso nome. Dal Cabo Frio all’entrata del porto di Rio de Janeiro la costa si dirige verso l’ovest, arenosa e sterile, fino alla Ponta Negra, separata dall’Oceano da una successione di lagune basse e morte.
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Veduta di Rio Janeiro. Avenida Beìra Mar.
All’entrata della splendida Bahia de Rio de Janeiro, numerose isole verdeggianti e ridenti rompono l’azzurro del mare; l’imboccatura, tra le montagne del Pane di Zucchero e Pico, è ampia quasi un chilometro e mezzo; ma il canale è assai profondo ed accessibile a qualunque nave o da pesca o di grande tonnellaggio. Questo golfo, che è considerato dai viaggiatori, dagli scienziati e dagli scrittori, una meraviglia del mondo, tanto da rivaleggiare in bellezza con quelli di Napoli e del Bosforo, e che il nostro De Amicis descrisse mirabilmente, è l’orgoglio dei Brasiliani i quali credono che esso sia il luogo dell’Universo dove la mano del Creatore sembra essersi dilettata di riunire un maggior numero di bellezze per incantare lo sguardo ed esaltare lo spirito degli uomini.
Al di là di Rio de Janeiro si stende la spiaggia di Marambaya, di accesso difficile e arenoso, in seguito alla quale vengono le insenature di Guaratiba, di Sepetiba, d’Angra dos Reis con un grande e magnifico porto e la baja d’Abrahào. Per tutta questa estensione la costa è molto accidentata, frastagliata da rocce gigantesche che formano i contrafforti della catena di montagne chiamata Serra do Mar tuffantisi quasi a picco nel mare.
Lungo il litorale s’ apre la baja di Santos, porto commerciale di prim’ordine.
Lungo la costa dello Stato di Paranà, si trovano le baje eccellenti di Paranaguà e d’Antonina; lungo quella di Santa Catharina i porti di Desterro o Florianopolis, Itajahy, San Francisco e Laguna. All’estremo sud, la costa è bassa, sabbiosa e in diversi punti d’accesso, non solo difficile, ma anche impossibile.
La barra di Rio Grande do Sul, formata di sabbie mobili, che esigono un servizio permanente e vigile di pilotaggio, da accesso alla immensa laguna Dos Patos (Laguna delle Anitre). Dalla barra di Rio Grande sino al fiume Chuny, che determina il confine coll’Uruguay, la costa è sabbiosa, fredda e disabitata, formata anche da dune basse e completamente sterili.
Capi — Isole.
Siccome la costa del Brasile è poco frastagliata essa non presenta nessuna penisola; ma solo pochi capi e molte punte e promontori. Nell’estremo Nord trovasi il Capo d’Orange, e più a sud di esso e precisamente a nord-est dell’imboccatura del maestoso fiume dell’Amazzone il capo del Norte. Nello Stato di Rio Grande do Norte, trovasi il capo S. Rocco, nello Stato di Parahyba il capo Branco e in quello di Pernambuco il capo St. Agostinho.
Lo Stato di Rio de Janeiro ha quelli di St. Thomé e Frio; poi all’estremo sud si trovano i capi di Santa Martha Grande e di Santa Martha Pequena nello Stato di Santa Catharina.
Le isole brasiliane dell’Oceano sono quelle del gruppo di Fernando de Noronha, a 75 leghe dal capo di S. Roque e la piccola isola della Trinìdade, con gli isolotti adiacenti di Martin Vaz a 900 miglia della costa dello Stato di Espirito Santo. Tutte le altre isole del Brasile si trovano a poca distanza dal litorale; moltissime, paludose e basse, se ne trovano nelle acque oceaniche dell’Amazzoni ed anzi, alla foce del gran fiume, si trova quella di Marajó (5.328 kmq.) che è marittima, nonostante sia circondata dall’acqua dolce.
Seguendo la costa verso il sud, notiamo l’isola di Maranhão su cui trovasi la città di S. Luiz, capitale dello Stato di Maranhão; quella d’Itamaracà nello Stato di Pernambuco; d’Itaparica, Bon Jesus, Cajahyma, in quello di Bahia; di Frades, Guaraparin, Rasa, Franceza nello Stato d’Espirito Santo; e le isole: Grande, Sant’Anna, Marambaia Comprida nello Stato di Rio Janeiro. All’entrata della baja bellissima vi sono diverse isole ed isolotti che formano come un arcipelago ridente da cui sorgono boschi d’aranci e di palmizi, enormi gruppi di bambucs, alberi secolari, magnifici per i fiori dai colori vivaci, tutta una flora esuberante in profumo e bellezza, radicata nella pietra viva che si riflette sullo specchio lucido dell’acqua. Fra queste isole, quella di Rasa (Faro) Tijucas Redonda, la grande isola di Governador, quelle di Paquetà das Cobras, Villegagnon e Lage (fortezze), di Enxadas (Scuola Navale), di Bon Jesus, ecc., sono le più importanti.
Sul litorale dello Stato di San Paulo si trovano le isole di S. Vicente, Santo Amaro, S. Sebastião, Cananéa, Porcos e Castello; su quello di Santa Catharina le isole di S. Francisco dos Remedios do Arvoredo e di Santa Catharina ove trovasi la capitale dello Stato; e nello Stato di Rio Grande do Sul si trovano le isole di Barba Negra, di Cangustù e dos Marinheiros.
Orografia.
Quasi tutto il Brasile forma un vastissimo altipiano da 300 a 1000 metri d’altezza, con vallate e pianure attraversate da numerosi corsi d’acqua ed ostruite qua e là da rapide. Le più alte montagne sono ad Èst, presso il litorale e nel centro, dove esse formano due grandi catene separate dai bacini di S. Francisco e del Paraguay.
La Serra Oriental o do Mar segue appunto la costa dell’Atlantico dopo il Capo S. Roque e va a perdersi nel Rio Grande do Sul.
Essa si suddivide in Serra do Mar e serra da Mantiqueira le cui cime culminanti sono: il gruppo chiamato, per il suo aspetto, dos Orgãos (degli organi) (2332 m.) a Nord della baja di Rio de Janeiro e l’Itatiaya (circa 3000 m.) nella serra da Mantiqueira e che è il punto più elevato dell’intero Brasile.
La Serra Central è formata invece dal gruppo delle montagne di Goyaz e d’i Minas Gerães, all’ovest del fiume di S. Francisco e si lega alla catena orientale per mezzo d’una ramificazione che si trova in Minas Gerães detta Serra dos Vertentes perchè forma il vero spartiacque del paese. Questa Serra Central comprende due catene: quella di Canastra e di Matta de Corda i cui punti culminanti sono i Montes Pyreneus (2392 metri).
Le vaste pianure, molto accidentate ed irrigate da innumerevoli corsi d’acqua, corrispondono ai bacini dei fiumi Amazonas, San Francisco, Parahyba e Paranà.
Idrografia.
Forse nessun paese del mondo possiede, come il Brasile, un sistema idrografico così completo e così vasto. Il maggior fiume del mondo, l’Amazonas, è navigabile per un’estensione di 5400 km. e la sua larghezza a Manáos, capitale dello Stato di Amazonas, raggiunge quasi quella del nostro Adriatico, sicchè alla città può arrivare qualunque bastimento transatlantico. I suoi affluenti sono lunghissimi, navigabili per un’estensione media di 100 km. l’uno; ed importanti come i più grandi fiumi d’Europa.
Sulla sponda sinistra o settentrionale del fiume immenso, si gettano l’Içà, lo Japurà, il Rio Negro; ognuno dei quali ha più di 1000 km. di corso; il Trombetas ed il Parù con più di 500 km.; lo Jary, lo Jamundà e l’Araguary con le terribili pororocas (riflussi).
Sulla sponda destra o meridionale, partendo dalla frontiera peruviana, l’Amazzone riceve altri affluenti, anch’essi importantissimi per il volume delle loro acque; così lo Javary, lo Jutahy, lo Juruà, il Purùs, il Madeira, il Tapajoz, lo Xingù ed il Tocantins. Molti di questi affluenti hanno un corso che raggiunge 1500 e 3000 chilometri.
Il fiume S. Francisco, che nasce nelle montagne di Minas Gerães, ha un corso di circa 3000 chilometri navigabili ed anche i suoi affluenti principali sono navigabili per un lunghissimo tratto: così il Rio Preto, il Rios das Velhas a destra e il Paracatù a sinistra. Altri fiumi navigabili del Brasile sono: il Parnahyba, il Mamorè, il Rio Formoso, lo Jequitinhonha, il Mucury, il Tijucas e la Ribeira d’Ignape.
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Cascata di S. Maria del fiume Iguassù nello stato del Paranà.
Il Paraná, affluente del Paraguay, è anch’esso una delle maggiori arterie dell’America del Sud e non bagna solo il Brasile, ma anche il Paraguay, l’Uruguay e la Repubblica Argentina, formando notevoli cateratte chiamate Sete Quedas che sono maggiori e più interessanti di quelle del Niagara. I suoi principali affluenti sono sulla riva sinistra: il Tieté, il Paranapanema, lo Ivahy e l’Iguassù, dove si ammira il celebre salto di Santa Maria uno dei più belli del mondo.
Innumerevoli altri fiumi, senz’essere affluenti di questi tre principalissimi, scorrono per il vasto territorio brasiliano e lo irrigano abbondantemente.
Anche i laghi e le lagune si trovano in gran numero sparsi in qualunque regione del Brasile; nello Stato di Amazonas sono importanti i laghi di Amapà, El Rei, Umbugnara, Saracà, Maenory, Amanà e Andirà; nell’isola di Marajo quelli di Aman e Avary; nello Stato di Bahia v’è la laguna di Cachoeira; in quello di Espirito Santo si trovano le lagune di Juparananan e in quello di Rio de Janeiro le lagune Acarnama, Maricà, Saquarema, Piabamba, Feia, Jacarepaguà e Rodrigo de Freitas. In Rio Grande si trovano oltre quella delle Anitre, la Mirim e Mangueiras e nello Stato di Matto Grosso quelle di: Uberaba, Jany, Mandioré e Bahia Negra.
Il clima.
Il Brasile, per la sua vasta superfìcie, presenta condizioni di clima differentissime, secondo le regioni; anzi si può dire che comprenda tutti i climi meno gli estremi; perciò gli Europei possono facilmente scegliere il luogo più adatto. Si distinguono generalmente 3 zone: tropicale, sottotropicale e temperata. La prima comprende gli Stati dell’Amazzone, del Parà, di Maranhão, di Piauhy, di Cearà, di Rio Grande do Norte, di Parahyba e di Pernambuco. La temperatura media di questa regione è di 25 gradi. Sulla pianura di Matto Grosso l’aria è asciutta e il clima perfettamente sano. Nell’Amazzone superiore invece il clima è caldo ed umido e, specialmente sulle rive di alcuni suoi affluenti, infierisce la malaria.
La vastissima zona sottotropicale comprende gli Stati d’Alagoas, di Sergipe, del litorale dello Stato di Bahia, gli Stati d’Espirito Santo e di Rio de Janeiro, parte del litorale di San Paulo e la costa orientale di Minas Gerães. Il clima degli Stati di Alagoas, di Sergipe e del litorale, di quello di Bahia è sanissimo; la temperatura sulle terre basse è da 23° a 26° e sulle alture da 18° a 21°; il litorale degli stati di Sergipe e di Bahia ha la fama d’un clima dolce come anche è estremamente dolce quello di molti punti dello Stato di Rio de Janeiro e queste ottime condizioni di temperatura, che possono sorprendere per la latitudine dei luoghi ove esse si riscontrano, si spiegano coll’altezza elevata di questa regione. In tutto il sistema orografico della Serra do Mar e della Serra di Mantiqueira s’incontrano piani estesissimi in cui il clima è eccellente e la salubrità perfetta e il cui terreno è adattato a far prosperare tutte le culture e gli alberi fruttiferi d’Europa.
Nello Stato di Minas Gerães, la cui salubrità è proverbiale, non è raro vedere, in inverno, discendere il termometro sotto lo zero e la neve ricoprire le pianure. Dunque, dato che il Brasile possiede tutti i climi e che per la salubrità di alcune sue regioni da qualche anno a questa parte i suoi governanti hanno le massime cure, si può concludere che se è vero che nella regione tropicale l’Europeo debba evitare alcune località malariche, che ancora esistono, e per le altre osservare le regole dell’igiene e della temperatura che s’impongono in tutti i paesi caldi ed umidi; esso si acclimata però prestissimo in tutte le province della zona sottotropicale.
In quanto alle provincie del Sud, l’europeo, nella zona temperata, non ha neppur bisogno di’acclimatarsi perchè il loro clima rivaleggia coi migliori d’Europa.
Bellezze naturali del Brasile.
La foresta.
Il Brasile, vasto quasi come tutta l’Europa, è coperto intorno all’immenso bacino dell’Amazzone, sulle rive del Mucury e del Rio Doce e nello Stato di Espirito Santo, da foreste maestose che offrono uno degli spettacoli più imponenti della natura tropicale.
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Bahia — Veduta della città alta.
Il vecchio Léry, uno dei primi viaggiatori del secolo XVI, quando contemplò le vergini foreste dei dintorni di Rio Janeiro, proruppe commosso in questa esclamazione, piena d’entusiasmo e di semplicità: «Su, su, anima mia, bisogna che tu esprima la tua gioia». E tutti i visitatori che conobbero più tardi la misteriosa oscurità degli alberi giganteschi, del fogliame cupo di quelle foreste primitive, ripeterono il saluto entusiastico del vecchio, e provarono commozioni incancellabili. In queste meravigliose ed immense foreste vergini, che coprono gli otto decimi del Brasile, alberi enormi dal legno prezioso, arboscelli sottili come giunchi, palme delicate, parassiti d’ogni forma, orchidee preziose, felci eleganti, ogni essere vegetale, insomma, dal filo d’erba più tenue alle piante gigantesche, (nel Rio Branco è stato osservato un albero che, intorno ai rami, misura 250 metri di circonferenza) tutto è ammassato nella più strana confusione. Infatti è difficilissimo trovare vicine due piante uguali e se ne possono contare fino al migliaio, una diversa dall’altra, su un chilometro quadrato di superficie. Da princìpio l’occhio non distingue nella foresta forme precise; ma masse dense, che sembrano torri, muraglie, piramidi, colonne, gallerie di verdura, templi formati da alberi enormi, da tronchi intrecciati strettamente fra loro, da piante parassite che s’allacciano ed inerpicano ovunque per succhiare la vita, formando, nel loro anelito verso il sole, boschi su boschi, foreste su foreste. E ciò che più colpisce è lo spettacolo che queste piante dànno d’una lotta instancabile per superarsi d’altezza, per sorpassare le cime delle altre, per conquistare, senza pietà del vicino, l’aria e la luce.
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L’abete nel Paranà.
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I bambù del Giardino Botanico a Rio Janeiro.
L’esempio più vivo di questa lotta è dato dalle liane in genere, le quali rivaleggiano con le palme nel costituire una delle grandi attrattive della foresta. Il tipo più curioso di queste liane, comune nei dintorni della città di Parà, (capitale dello Stato di Parà, nel’Amazzonia) è il cipo matador; cioè la «liana assassina». Essa ha la parte inferiore dello stelo troppo debole per sopportare il peso della parte superiore, perciò cerca un appoggio sopra un albero d’un’altra specie e, a differenza di tutti gli altri rampicanti, si slancia contro quello, mentre il legno dello stelo cresce applicandosi su uno dei lati del tronco come gesso da modellare e a destra e a sinistra caccia due rami che si sviluppano rapidamente e, come due braccia, stringono il tronco fino a congiungersi e confondersi insieme nella stretta crudele. Dalla loro congiunzione spuntano, dal basso in alto, ad intervalli quasi regolari, altri due rami che costituiscono un nuovo anello della ferrea catena, poi un terzo, un quarto e così via sempre più in alto, finché lo strangolatore giunge al suo massimo sviluppo, sulla cima della vittima, per spandere al sole, in segno di trionfo, le sue foglie mescolate con quelle dell’albero sacrificato che, col tempo, finisce per soffocare. Allora si vede lo strano spettacolo del parassita egoista stringere tenacemente fra le sue braccia il tronco esanime e decomposto finché, quando per la linfa di esso s’è coperto di fiori e di frutti ed ha riprodotto e disseminato la sua specie, cade colla sua vittima.
Ciò che è proprio delle foreste tropicali, per cui esse differiscono dal paesaggio boscoso europeo, è l’equilibrio perfetto e la maestosa semplicità con cui, in un giorno solo, compendiano in sè le diverse stagioni. All’alba, la natura intera si risveglia, spuntano nuove foglie, sbocciano nuovi fiori; gli uccelli, gli insetti ed i mammiferi che, anch’essi come gli alberi, per desiderio di luce tendono continuamente ad arrampicarsi, pare rinascano alla vita e all’attività.
Nell’ora massima del calore, cioè verso le due pomeridiane, si fa un gran silenzio turbato di tanto in tanto dal falsetto stridulo della cicala, nascosta fra gli alberi. In quest’ora le foglie che, sull’alba, erano umide e fresche, piegano flosce ed appassite; i fiori perdono i loro petali, mentre gli Indiani ed i mulatti sonnecchiano nelle loro amache. Verso sera ricomincia la vita e, tra i cespugli e fra gli alberi e da angoli remoti, da recessi verdi e cupi, rimbombano canti, gridi e mille rumori strani. Nell’alba nuova il sole s’innalza sul bel cielo puro e la natura ricomincia rigogliosa a concentrare, nell’esuberanza magnifica della vita di poche ore, il ciclo di più stagioni.
La fauna delle foreste vergini non è così numerosa come si potrebbe credere; anzi presenta povertà di mammiferi terrestri e questi sono ben piccoli ed hanno la caratteristica di arrampicarsi sulle piante: così le scimmie e perfino i gallinacei che hanno le dita disposte in modo da potersi appollajare, ed infatti si scorgono sempre sulle cime degli alberi. Nelle foreste vergini non pullulano, come molti credono, i rettili e gli insetti, quindi è esagerata la paura che hanno i novellini di camminare ad ogni passo sopra rettili velenosi; tanto più che, quelli che vi sono, appartengono in gran parte a specie innocua. Una caratteristica vantaggiosa della foresta vergine è quella di non essere, in generale, infestata dalle zanzare, nè da altri ditteri perniciosi, ed anzi l’assenza di questo flagello, la relativa freschezza dell’aria, la maestà del silenzio e dell’ombra, rendono grata la bellezza meravigliosa della sua solitudine selvaggia. Gli uccelli sono le più deliziose creature della foresta e quelle che, nel silenzio solenne, portano garriti e trilli di gioja. Anch’essi vivono sulle cime più alte degli alberi per avviarsi verso la luce, e miriadi di farfalle variopinte, e di piccoli uccelli mosca, brillanti questi come giojelli, spiegano ai raggi del sole la magnificenza dei loro colori. Su tutti gli uccelli campeggia, per i giri larghi e maestosi, la magnifica Aquila delle Guiane, quasi tutta nera, con un ciuffo bianco sul capo; ma è anche molto bello il Salvia, del genere dei tordi, un uccellino nerissimo che merita un ricordo speciale perchè, cosa non’ comune laggiù, esso canta un poco, e s’è conquistato il nome pomposo d’usignuolo dell’Amazzone. Più in alto, da certe specie di borse dondolanti dai rami più sottili di alberi altissimi, scappa di tanto in tanto il Sapiju molto grazioso pel colore giallo e nero delle piume. Quelle borse sono i nidi che esso costruisce per mettere al riparo dai serpenti i suoi piccoli.
Al minimo rumore prodotto dal passaggio dell’uomo nella foresta, si levano dagli alberi torme di pappagalli di tutte le specie, di piccole cucorite verdi dal volo rapido e tremulo, come quello delle farfalle, e coppie di Are, bellissime per la vivacità dei colori, e i Tigana, d’un bel marrone e con un grazioso ciuffo. Questi ultimi hanno qualche cosa del fagiano e del pavone, ed essendo abituati a non esser presi di mira dal cacciatore, non si spaventano molto neppure delle fucilate. Gli uccelli, che dànno però un aspetto caratteristico al paesaggio, sono i Trampolieri, fra i quali l’Ardea candidissima, le cui penne sono tanto ricercate, l’Ardea cinerea di forme elegantissime e l’Ibis rubra, che appare come una viva lìngua di fuoco guizzante, simile ad una meteora, nel verde della foresta.
L’Amazzone.
L’Amazzone viene, per la lunghezza del suo corso, dopo il Mississippi dell’America del Nord ed il Nilo dell’Africa; ma, per la massa delle sue acque, è il maggior fiume del mondo.
Orellana (1539-1540), uno dei suoi primi esploratori, fra altre fantastiche fole, narrò di aver dovuto combattere contro eserciti di Indiane che, nei canotti, o sulle rive, lo perseguitavano con frecce avvelenate; da qui nacque il rapporto fra le Amazzoni dell’antica leggenda classica e le guerriere del fiume americano. Questo attraversa quasi tutta l’America meridionale, nella sua maggior larghezza, con un percorso, tra 2800 e 3000 miglia e con una profondità media di 75 a 100 metri; presso la frontiera del Perù e all’imboccatura, la profondità del fiume maestoso giunge a 185 metri, mentre in generale le sue acque si espandono liberamente su 2500 metri di larghezza e perfino su 5000 metri; sicchè in vari punti e alla foce riesce spesso impossibile, come in pieno mare, scorgere contemporaneamente le due sponde del «re dei fiumi». Esso è stato paragonato spesso ad un «mare vivente» ed infatti è un vero mare, con le sue onde e le sue tempeste; tanto che alla vista delle acque grigie, scendenti rapidamente verso l’Atlantico, si è tentati a chiedersi se l’Oceano stesso non gli debba la sua esistenza.
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Navigazione sul fiume Amazzoni.
All’epoca delle piene questo fiume gigantesco presenta un aspetto grandioso e forma un vero mare interno, di straordinaria profondità: a partire dal mese di febbrajo, la fusione delle nevi sulle Ande e le piogge torrenziali innalzano le acque fino a 17 metri al disopra del loro livello più basso, e la corrente, raggiunta la velocità di 24 chilometri, sgretola le sponde da cui si staccano frane enormi, che sprofondano nell’acqua, trascinando con sè alberi ed animali, e formando veri «giardini galleggianti» della superficie d’una ventina di are: isole mobili che trasportano uccelli accoccolati tra i rami, rettili attorcigliati ai tronchi; mentre masse d’alberi, divelti dalle foreste del corso superiore, sfilano galleggiando sulla corrente, resistono alla violenza dell’onda, oppure scompajono sommerse, ed enormi tronchi si incrociano, si adagiano, s’accumulano traverso alle sponde, oppure colmano gli approdi, distruggendoli.
Queste frane rendono la navigazione pericolosa per le piccole imbarcazioni; ma formano laghi, isole e canali laterali, che si congiungono tra loro e allacciano il gran fiume coi suoi affluenti; sicchè ne risulta una fitta ed intricata rete di canali, che copre tutta la valle e che, se non fosse interrotta da rapide e cascate, permetterebbe di accedere, per acqua, in qualunque punto dell’interno. Questo inconveniente però può essere corretto facilmente dall’arte; perchè la popolazione cresca e lo sfruttamento delle terre e della foresta si estenda, si dovrebbero completare le vie acquee con strade e ferrovie, stabilire rapide e comode comunicazioni con tutto l’interno. Ma anche ora, per l’estrazione della gomma, fatta su grande scala nei boschi del bacino dell’Amazzone, gran parte dei canali navigabili sono percorsi da navi ed imbarcazioni d’ogni genere. Tutti questi canali non sono utili solo ai mercanti di gomma, ma sono e dovranno divenire sempre più le fonti principali di vita commerciale di molti paesi che, per essi, sono posti in comunicazione coll’Atlantico e tra di loro. Gli Indiani li chiamano igarapés cioè «sentieri dei canotti». Spesso nei canali più accidentati le maree sono molto forti e vengono accompagnate da un fenomeno grandioso detto: «Pororocas». Dopo che le acque hanno raggiunto il minimo livello della marea, si vede giungere da lontano un’immensa onda che avanza a grande velocità, accompagnata da fragoroso rumore; una o due altre la seguono, e sulla spiaggia si precipitano masse enormi di acqua, finché, in brevissimo tempo, il livello sì eleva a quello dell’alta marea.
Nel vastissimo bacino dell’Amazzone non solo la flora è d’una straordinaria ricchezza, in alberi di legno pregevolissimo, in piante medicinali ed in frutta che vi crescono splendidamente e in numerose piante che dànno tinte, gomma e resine preziose, ma anche la fauna, che ha pesci di ogni grandezza e due volte più vari che nel Mediterraneo e nello stesso Oceano Atlantico.
Etnografìa — Usi e Costumi
Storia della colonizzazione italiana nel Brasile.
La popolazione del Brasile, calcolata nell’ultimo censimento, del 1906, in 21.461.000 abitanti, oggi s’aggira certamente fra i 23 e i 25 milioni. Essa è composta dagli indigeni, dai Brasiliani propriamente detti (cioè dai discendenti dei coloni europei e specialmente portoghesi), dai meticci, nati dall’incrocio della razza bianca coll’indiana, e dai negri, d’origine africana, nati nel Brasile dai negri importativi per lo sfruttamento del suolo e appartenenti ai più bei tipi della loro razza.
Dopo l’abolizione della schiavitù, il numero dei negri è notevolmente diminuito; mentre gli indigeni tendono a scomparire. Oggi, questi si trovano, in maggior numero, negli Stati dell’Amazzone e del Parà.
La città più popolata del Brasile è Rio de Janeiro, che, nel censimento del 1906, contava 811.400 abitanti; vengono in seguito San Paolo, Bahia e Pernambuco.
Indigeni.
Gli indigeni brasiliani sono gli ultimi discendenti delle antiche tribù dei Tupys, degli Omagnas, dei Panos, ecc. Le varie discendenze hanno costumi vari, parlano lingue completamente differenti; ma si comprendono fra loro mediante una lingua generale, d’origine Tupy.
I coroados, presso il Paraguay, vivono in piccole comunità, passando quasi tutta la vita su piroghe; s’avvicinano al tipo caucasico ed hanno uomini robusti e donne bellissime.
I muras sono nomadi e non s’intendono affatto d’agricoltura. Alcuni di essi sono bravissimi pescatori, insuperabili specialmente nella pesca delle tartarughe, che afferrano a nuoto e tuffandosi nell’acqua, prendendole per le zampe. Hanno l’abitudine di farsi inalazioni di certe piante, abbracciandosi a due a due e soffiandosi nelle narici l’uno contro l’altro i vapori aromatici, e spesso, durante quest’operazione, cadono svenuti, altre volte morti, dopo grida e gesti frenetici ed una filastrocca disordinata di parole insensate. Altre volte si uniscono a coppie e si staffilano a sangue, come i fachiri dell’India. Il loro corpo è coperto da pittoreschi tatuaggi; alcuni di essi non riguardano il cane come animale domestico, mentre altri hanno tale familiarità con le bestie delle foreste che fanno, nei loro villaggi, veri giardini zoologici, e non è raro il caso che qui le tigri sieno inoffensive e che, presso le capanne, si vedano grossi serpenti in posizione tranquilla e vigile di guardia.
I carayas osservano così rigorosamente la fedeltà coniugale che bruciano le donne colpevoli; non solo, ma hanno un’istituzione speciale, unica al mondo, per mantenere l’ordine nelle famiglie. Essi nominano cioè un marito delle vedove, provvedono, in comunità, al suo mantenimento, lo dispensano da tutti i lavori e perfino dalle guerre e dalle spedizioni.
I guaycurùs sono esperti cavalieri, rubano le donne e i fanciulli, combattono come beduini e, credendosi il primo popolo della terra, fanno relazione con gli stranieri solo illudendosi di riceverne il tributo di vassallaggio; essi si distinguono in nobili, plebei e schiavi e non avviene mai che un nobile sposi una donna che non sia della sua classe.
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Paesaggio indigeno nello Stato del Parà.
I mundurucùs alti, forti, muscolosi, di pelle chiara, usano tatuaggi che variano secondo i gruppi e le tribù; annettono tanta importanza a questa pittura del corpo che, per concordarsi nel disegno, riuniscono il consiglio di famiglia e spesso, per l’esecuzione, occupano dieci anni. I vecchi tatuati ispirano ai giovani profondo rispetto. I mundurucús sono scrupolosi della fede giurata, hanno anche in tempo di pace un’organizzazione militare e, durante le guerre, attaccano i nemici del giorno, al rullo del tamburo, su cui regolano i propri movimenti. I valorosi, feriti sul campo di battaglia, o le vedove o i figli degli eroi, ricevono dal capo della tribù una decorazione chiamata pariuate-ran (pariuate = nemico; ran = cintura) cioè la cintura del nemico, poichè è costituita da una cintura di cotone tessuto e ornata con i denti strappati alla bocca del nemico.
Brasiliani — Meticci.
I Brasiliani, propriamente detti, sono i discendenti di quei coloni portoghesi, che nel 1822 si dichiararono indipendenti dalla madre patria. Ma pochi di essi sono di pura discendenza europea poichè, per molto tempo, gì’immigranti venuti dal Portogallo erano quasi esclusivamente di sesso maschile: di qui il loro incrocio colle razze indigene e coi negri, che ha facilitato molto l’acclimatazione dei portoghesi nel Brasile e ha originato il tipo del meticcio-brasiliano, la più felice fusione etnica dei conquistatori coi conquistati.
Le nozze avventurose d’amore, contratte nel 1512, dal portoghese João Ramalho sull’altipiano di Paranapiacaba su cui doveva sorgere San Paulo, con la bella Bartyra, figliuola dell’indio Tebirecá, capo di tribù, sono la fonte fresca da cui scaturì la vita della nuova città e della razza meticcia, che conquistò per la corona portoghese le terre sconosciute.
Uno storico afferma giustamente che, se l’elemento bianco europeo e quello nato nel paese ebbero la supremazia, la popolazione nascente però sorse coi tratti caratteristici del sangue indiano. Infatti, dall’incrociamento delle due razze, nacquero i meticci o mamelucos (figlio di un bianco e d’una indigena) i quali per l’energia, per il coraggio, per l’ardore d’iniziativa e la forza di resistenza al lavoro, alle privazioni, all’imprevisto, scopersero e conquistarono, nell’epoca coloniale, gli estesi altopiani del Brasile. Il bianco europeo, figlio d’una civiltà un poco stanca, aveva ricevuto dalla razza indiana, attiva e fiera, nobile, intelligente, ardita e forte, la linfa d’una nuova giovinezza.
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Gaucho riograndese,
Anche i cafuzes o caboré (figli di selvaggi e di negri) hanno le doti dei mamelucos, come gli stessi difetti, fra cui emergono l’imprevidenza e la spensieratezza del futuro. I meticci brasiliani contribuirono e contribuiscono efficacemente alla formazione della ricchezza pubblica, specialmente di quella che deriva dallo sfruttamento della natura. Sono meticci i vaccari, sobri, disinteressati, sani e robusti; i canottieri, arditi ed intelligenti che, su tronchi leggerissimi e mal connessi, affrontano l’Oceano o le correnti di fiumi impetuosi per escursioni lunghe ed arrischiate; i cearensi, che sopportano i climi più difficili della zona torrida e i più duri lavori; sono anche meticci i contadini indipendenti e forti; i gauchos (figli della pampa) che errano continuamente a cavallo, infaticabili, robusti e destri, pronti all’avventura, audaci ed astuti. Essi hanno le loro leggende, le canzoni che ripetono a suon di viola ed un linguaggio speciale, elemento principale della lingua brasiliana, la quale, possedendo già un vocabolario e costruzioni sintatiche distinte e caratteristiche, potrebbe un giorno distinguersi dalla portoghese, ora lingua nazionale. I meticci, per la loro intelligenza sveglia, seguono e fecondano il progresso in ogni ramo dell’attività sociale e, negli Stati del Sud, per esempio a S. Paolo, sono i più energici ed intraprendenti, sì da formare l’avanguardia della civiltà brasiliana.
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La qualità migliore del carattere brasiliano, quella che lo rende oltremodo simpatico, è la cortesia sincera, l’ospitalità e la generosità.
I viaggiatori rimangono colpiti e commossi della accoglienza squisita, affabilissima, che li accarezza con mille premure e fa dimenticare loro per qualche tempo la mancanza della propria casa. Nell’interno del Brasile gli alberghi sono rari; ma ogni casa a cui si picchi diviene subito la propria famiglia; anzi, nei palazzi dei ricchi, si trova sempre una stanza, pronta per accogliere l’ospite, detta «quarto dos ospedas» cioè stanza degli ospiti.
Il Brasiliano è, in generale, sobrio e la sua mensa è molto semplice. Tra i piatti nazionali v’è la feyoada, fatta con farina di manioca o di granturco, che forma la base dell’alimentazione, e che con le uova, la carne secca, il bacalhão o merluzzo secco, eccezionalmente il majale fresco, e la cacciagione, — il tutto inaffiato d’acqua pura, — costituisce il vero pranzo brasiliano. Per il quadretto completo di questo aggiungete le frutta: aranci deliziosi, banane squisite, le jaboticabas dal sapore fragrante, ecc.; il caffè, la cachaça (acquavite di canna da zucchero), dolci deliziosi fatti con le noci di cocco ed essenza d’aranci amari. Gli stuzzicadenti vengono usati quasi come la forchetta.
In quanto a conserve e vini, bisogna essere ricco e goloso per permettersi questo lusso poichè essi sono importati dall’Europa e, come le scatole di sardine, di piselli, di fagiolini, costano moltissimo.
Per lo straniero, il quale voglia nutrirsi all’europea, la vita costa straordinariamente, e tanto più quando egli s’allontani dalla costa verso l’interno. Così pure sono costosissimi tutti i prodotti manifatturati dall’Europa: stoffe, vestiti, cappelli, stivali, ecc.
I Brasiliani si levano di buon’ora, specialmente a Rio de Janeiro, dove i tram elettrici, rapidi e comodi, chiamati bonds, incominciano a circolare prima dell’alba, percorrendo in tutte le direzioni le principali vie della città e allacciandole coi sobborghi più lontani. Alle nove si fa colezione e alle sedici si pranza; ma i negozi rimangono aperti tutto il giorno e alla sera si chiudono molto tardi. I ricchi negozianti, gli uomini politici, gli industriali vanno di sera a godere il fresco a Petropolis, città ridente ed elegantissima, situata a qualche chilometro da Rio, dove quelli del gran mondo posseggono ricchi villini. Anche i commercianti piccoli e medii vanno sulla sera a fare una passeggiata in tram lungo la «riva do mar» sulla spiaggia di Botafogo, bella come la «Villa Nazionale» della nostra Napoli, prolungantesi, per circa dieci chilometri, fra gli splendori ed i profumi del tropico.
Le signore brasiliane escono raramente a piedi, e perciò nelle vie gli uomini sono in gran maggioranza ed il bel sesso è rappresentato solo dalle straniere e dalle donne di colore. Pure, nel pomeriggio e molto prima di sera, si possono vedere le signore brasiliane alle finestre, da cui seguono il movimento della via; anzi questa è la loro distrazione favorita.
Lo straniero, giunto appena al Brasile, se vuoi conoscere i tipi più curiosi e le più strane produzioni del paese, deve andare al mercato; là vedrà formose negre e mulatte vestite pittorescamente di cotonina colorata e col capo ricoperto da stoffe vistose. Esse vendano fiori, legumi, frutta, uccelli dalle piume iridescenti, ogni specie di pesci, molto diversi dai nostri, e ghiottonerie speciali, che sono la gioja dei palati golosi e... fortunati.
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Moltissimi, pur riconoscendo i pregi veramente salienti e simpatici del carattere brasiliano, l’accusano di fiacchezza e di indolenza per le grandi iniziative.
Ciò forse è vero poichè la terra, meravigliosamente prodiga, quasi li dispensa da una diligenza vigile e costante; pur tuttavia, alla minima occasione, il brasiliano s’entusiasma, e s’abbandona nelle idee e nell’opera all’eroismo e a quella foga impetuosa e geniale che è una grande virtù dei popoli latini e meridionali.
I negri.
I negri africani, importati nel Brasile, fin dai primi tempi della sua scoperta, furono i più utili e disinteressati lavoratori e colonizzatori del suolo brasiliano.
Durante le guerre brasiliane i negri combatterono come servi e diedero tale prezioso contributo di eroiche energie, che nel Brasile non vi fu mai l’intollerante preconcetto del colore; anzi, fin dai tempi coloniali, il Re Pedro I, nel 9 maggio 1731, decretava che il colore non costituiva un ostacolo all’uomo per rivestire la carica di procuratore della Corona e, durante il regno di Don Pedro II, molti discendenti di africani meritarono decorazioni e titoli di nobiltà.
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Un preteso tipo della foresta.
Dopo l’abolizione della schiavitù, la popolazione negra, è molto diminuita. Nelle maggiori città brasiliane il negro è spesso cameriere; ma egli si fa specialista di una data parte del suo lavoro, così non è raro che i cuochi e le cuoche vadano nelle case la mattina e la sera solo nelle ore destinate alla preparazione dei pasti per andarsene subito dopo averli serviti. Il negro, nonostante la lontananza dal suo paese d’origine nonostante lo influsso demoralizzatore della schiavitù e quello turbatore d’una brusca libertà, ha conservato i lineamenti caratteristici della sua razza e un’imperturbabile gajezza. Anche sotto il giogo della servitù non cessò mai di ridere, di cantare e di ballare. Uno spettacolo caratteristico è appunto il ballo dei negri al chiaro di luna. Dopo una dura giornata di lavoro nei viali cocenti delle estensioni piantate a caffè, quando la notte reca con le stelle la freschezza umida dei tropici, che da la sensazione del freddo, i negri si riuniscono davanti alle case, intorno ai musicisti, per eseguire i goffi balli africani, di cui non hanno ancora perduto il ricordo. La musica ed i canti sono tristi e monotoni e gl’istrumenti che accompagnano le voci sono tamburi fatti con le scatole di conserva, adattatissime per produrre un fracasso assordante. Quelle ombre danzanti al chiarore del ciclo stellato, quei suoni lugubri, quei corpi atletici in movimento fantastico e lento, quelle grida e quella gioja, strane per il nostro gusto raffinato, formano un quadro pittoresco, indimenticabile.
Il negro conduce una vita molto frugale ed igienica; infatti nelle regioni interne del Brasile egli è l’uomo forse più pulito; alla sera non dimentica mai di lavarsi i piedi: igiene elementare, ma importante. Dopo la liberazione della schiavitù, il negro ha avuto una sola idea: quella d’imitare i bianchi a cui, per legge, è divenuto uguale. Alla domenica il lavoratore negro va a passeggio in redingote e cravatta bianca, non importa se a piedi nudi, fiero come un conquistatore, mentre per tutta la settimana fu appena vestito o ricoperto da un semplice e indispensabile pezzo di stoffa.
La colonizzazione italiana nei Brasile.
Quasi contemporaneamente alla scoperta delle immense regioni brasiliane, incominciò l’opera paziente ed indefessa della conquista di quelle terre, e tutte le nazioni europee, come spinte da un imperioso bisogno di vivere e d’espandersi oltre i confini della patria, concorsero a popolare le vergini foreste e le campagne deserte che, per merito di fatiche e sacrifici, son divenute oggi città fiorenti e centri di industrie e di commerci. Gli Italiani, anche se giunti in ritardo, dopo i Portoghesi, gli Olandesi e gli Spagnoli, hanno sollecitato il più diretto sfruttamento di quel paese, allora quasi interamente selvaggio, e l’opera di essi è stata, per il Brasile, il fulcro della grande leva della sua potenza economica. L’emigrante italiano non ha dato al Brasile solo l’uomo-macchina, lavoratore manuale della terra e di costruzioni, ma energie intelligenti, virtù d’iniziativa e luce di arte e di progresso; sicchè la lontana colonia nostra, formatasi a poco a poco e divenuta su quelle terre il grande esercito di lavoratori, che popola oggi città, villaggi e «fazendas», convertì il suolo incolto in zolle prosperissime di ricchezza, costrusse templi e palazzi, ed ancora lavora e produce, in tutte le forme dell’attività umana; e, nelle arti, nelle industrie, n’elle professioni, nel commercio, rese e rende onorato e rispettato il nome d’Italia. I primi Italiani che si diressero verso le spiagge del Brasile furono i profughi politici, che espatriavano passando per la Francia e s’imbarcavano a Marsiglia o all’Havre. Prima del 1860, infatti, le condizioni sociali ed economiche degli Stati della nostra Penisola impedivano l’emigrazione vera; solo la Liguria e il Lucchese, per ragioni di commercio, la iniziarono, e coloro che costituirono il primo nucleo italiano a Rio Janeiro furono proprio i Liguri.
Poi le nozze di Don Pedro II, imperatore del Brasile con Maria Teresa, sorella di Ferdinando II re delle due Sicilie, produssero un movimento emigratorio dalle regioni meridionali d’Italia, da cui fu richiamato un numero non indifferente d’agricoltori, i quali s’irradiarono per tutte le province dell’Impero brasiliano, portando ovunque bontà di sentimenti, forza d’iniziative, tenacia di propositi.
Nacquero così quelle colonie rudimentali, che precorsero il tipo delle moderne e si svilupparono con intensità sempre maggiore.
Nel 1871 si contavano a Rio de Janeiro circa 500 Italiani; ma solo dopo la data memorabile del 13 maggio 1883, che abolì per sempre la schiavitù e che lasciò le campagne quasi tutte prive di lavoratori, cominciò realmente il periodo di ascesa dell’emigrazione italiana, incoraggiata dal mezzo che adottò il Brasile, bisognoso di braccia: cioè del viaggio gratuito.
Essa s’affermò come potenza di lavoro assiduo ed intelligente che, in poco tempo, fece assurgere le belle e ricche province della nuova Repubblica a dignità di floridi Stati. Ed in pochi anni le terre di San Paulo, più propizie ai nostri per il clima e la facilità dell’adattamento, ospitarono più d’un milione d’Italiani.
Oggi essi si trovano in gran numero anche negli Stati di Paranà, di Rio Grande do Sul, di Santa Catharina, di Rio de Janeiro, di Èspirito Santo, ed in numero limitato in quelli di Amazonas, Parà e Bahia; limitatissimo poi in tutti gli altri Stati della Federazione. Accanto alle forti colonie italiane sono quelle tedesche, austriache, francesi, inglesi, belghe; a cui è da aggiungere, da poco tempo, la colonia minuscola del Giappone che, per la prima volta, tenta i passi verso il continente Sud-americano e che, per la sua instancabile attività, non può lasciare indifferenti gli europei. In massima l’Italia ha inviato al Brasile le braccia, le quali avrebbero dato una produzione molto maggiore se avessero avuto il miglior ajuto: cioè il capitale; ma pure, in virtù della nostra intelligenza ed iniziativa, si contano diecine di migliaja di Italiani che seppero in breve serie di anni sviluppare commerci ed industrie, affermarsi nelle belle arti, imporsi nelle professioni.
Le più autorevoli personalità brasiliane hanno reso molte volte pubblico omaggio ai nostri lavoratori, proclamando «doversi principalmente alla Colonia Italiana se lo Stato di San Paulo attraversò la crisi provocata dalla schiavitù senza scosse e con progresso sempre crescente» e «in buona parte all’elemento italiano se quello Stato è oggi una stella che con tanto fulgore brilla nella costellazione della patria brasiliana. Fu l’elemento italiano che introdusse l’arte ed il gusto che si notano nelle costruzioni pauliste, trasformando la vetusta capitale (S. Paulo) nella bella, elegante e moderna città la quale oggi forma l’orgoglio del Brasile e l’ammirazione degli stranieri che la visitano.»
Gli Italiani nei diversi Stati del Brasile.
L’Amazonas.
Il ricchissimo Stato dell’Estremo nord conta tino scarso numero di italiani, quasi tutti negozianti o avventurieri, che risalgono il gran fiume per cercare sulle rive pestifere degli affluenti del Rio Mar la fortuna, internandosi nelle foreste paludose degli alberi di gomma, per commerciare in questo prodotto. Vi sono anche, alcuni ingegneri agrimensori e, molto più frequenti, i mascates (rivenditori ambulanti) tenaci ed infaticabili, i quali, se hanno la forza di sfuggire alla malaria e alle tristi conseguenze di quella vita colma di privazioni, possono anche formarsi una modesta fortuna. Un’emigrazione colonica italiana vera e propria per tutto l’Amazzone non v’è mai stata, nè potrà forse, per molte ragioni, stabilirsi per ora; i nostri coloni non saprebbero che cosa fare in quello sterminato territorio dove la popolazione è rada e dove non esiste purtroppo nessuna forma di agricoltura. La grande ricchezza del paese è costituita da un unico prodotto: la gomma elastica. Ma l’estrazione di essa non può esser fatta che dagli indigeni, perchè quella vita esige individui perfettamente acclimatati. Però anch’essi pagano un largo tributo di vite alla malaria, propria di quei pantani, malattia terribile che la scienza vincerà col tempo, ma che ancora dovrà combattere strenuamente. Il nostro commercio potrebbe invece offrire grandi vantaggi, nell’Amazonas, se non fosse terribilmente ostacolato dalla concorrenza dei portoghesi, che vi negoziano da secoli e vi contano una numerosa colonia e vi hanno imposto, a poco a poco, i loro usi, i gusti ed i loro prodotti; favoriti, specialmente dagli scambi diretti che possono effettuare tra Lisbona e Manàos; mentre gli Italiani da poco si sono stabiliti sulle rive del Rio Mar e non hanno una linea diretta di navigazione per lo scambio dei prodotti fra l’Italia e l’Amazonas.
Nell’Amazonas è molto apprezzato l’elemento intellettuale italiano, e ogni anno vi si reca qualche compagnia lirica, drammatica o d’operette, composta d’artisti italiani, mentre molti ingegneri ed impresari nostri hanno costruito buona parte degli edifici nuovi di Manàos. Tutte queste notizie sull’importanza e lo sviluppo della colonia italiana di questo Stato valgono anche per lo Stato vicino di Parà e per quello di Belem Parà. Anche qui alcuni italiani esercitano il mestiere nomade di mascate e giungono compagnie teatrali italiane. Però la nostra colonia non oltrepassa in complesso il migliajo di individui; mentre alcuni anni fa era molto più numerosa e avrebbe potuto progredire.
Nello Stato di Bahia l’elemento italiano incomincia ad essere molto numeroso, specialmente nella capitale; per la maggior parte si tratta di commercianti ed industriali, che hanno discreta fortuna; ma non mancano nè i professionisti, nè gli artisti, nè gli operai. La colonia italiana di Bahia è, del resto, una delle nostre più antiche nel Brasile; ma non s’è mai sviluppata molto, per l’ignoranza che v’è fra noi delle risorse che potrebbe offrire quel ricchissimo territorio, sia per l’agricoltura come pel commercio, specialmente in alcuni suoi prodotti come quello del tabacco, la cui produzione è importante e di qualità superiore. Qualche casa italiana potrebbe efficacemente esercitare sul luogo il commercio d’esportazione, tenuto conto che l’Italia ne compera per oltre 22 milioni di lire all’anno.
Nella Stato di Espirito Santo si scorgono già le orme più evidenti e più ampie dell’immigrazione nostra e questo è dovuto ad un ardito tentativo di colonizzazione fatto poco dopo la proclamazione della Repubblica, all’epoca di febbre che prese quello Stato nell’iniziare grandi lavori edilizi e ferroviari, che attirarono molti operai italiani, sviluppando di conseguenza il nostro commercio. Ma vi furono molte illusioni ed amarezze, perchè Espirito apparve subito, non già per mancanza di terre fertilissime da popolare, ma per quella di mezzi di comunicazione e di abitazioni convenienti, impreparato a ricevere un forte flusso immigratorio ed a compiere un’opera vasta e complessa di colonizzazione. Però molti italiani vi rimasero, dandosi specialmente al lavoro dei campi, ed ora lo Stato sta riprendendo vigore e preparando un avvenire più fortunato coll’aprire vie ferroviarie, finora mancanti quasi interamente. Oggi vivono nello Stato di Espirito Santo circa 30.000 nostri connazionali, raggruppati in maggior numero per i lavori agricoli nei Municipi del Sud, che sono centri di produzione del caffè.
Molti sono impiegati nelle costruzioni che lo Stato sta compiendo per importanti lavori pubblici. Il commercio italiano è rappresentato da qualche ditta importante, da alcuni negozi e da qualche casa d’importazione.
Nell’immenso territorio dello Stato di Minas Gerães, famoso per le sue miniere e grande più della Germania, gli Italiani si trovano disseminati un pó da per tutto; ma non in uguale misura; così al nord ed all’ovest sono molto scarsi, mentre s’addensano al sud ed all’est, nelle vicinanze degli Stati di Rio de Janeiro e S. Paulo. Nelle fazendas, nei nuclei coloniali, nei paesi e nelle città dell’ampio Stato, sono oggi collocati non meno di 15.000 connazionali nostri e, nella maggior parte, in soddisfacente condizione economica. Le città ove gli operai, professionisti, commercianti, costruttori, proprietari d’officine sono più numerosi, sono l’industriosa e vivace Juiz de Fora che ne accoglie diverse migliaja, poi Bello Horizonte, la nuova capitale di Minas Gerães, alla cui costruzione gli Italiani hanno tanto concorso; Ouro Preto ove la colonia italiana è più antica e finalmente Uberaba la regina del così detto Triangolo Mineiro.
Nel Paranà, proporzionalmente al territorio, gli Italiani sono ancora più numerosi e la nostra colonia ha il carattere speciale d’una stabilità certa. La grande somiglianzà del suo clima con quello d’Italia, il genere di cultura agricola cui possono dedicarsi i coloni, più confacente alle loro abitudini, il razionale sistema di colonizzazione seguito dal Governo dello Stato, sono altrettanti fattori di questa stabilità. Sul grande altipiano, che forma la zona alta del Paranà, vi sono migliaja e migliaja di nostri forti contadini che dissodano la terra e la fecondano per trarne grano, granturco, legumi d’ogni specie, uva e frutta squisite come quelle delle nostre campagne. Le colonie italiane s’addensano specialmente nei dintorni di Curityba, capitale dello Stato, e dentro di essa. Gran parte del commercio ed anche qualche industria sono nelle mani dei nostri connazionali. Pure lo scambio tra l’Italia ed il Paranà, sempre per la mancanza di comunicazioni dirette, è molto scarso.
Santa Catharina è la terra che, più d’ogni altra, rappresenta la gloria viva della nostra gente e che potrebbe alimentare in noi molte speranze. Ad essa si riannodano anche i ricordi delle gesta eroiche di Giuseppe Garibaldi e del suo affetto per Anna de Jesus Ribeiro che, dopo essere stata eroina del suo popolo, divenne una delle nostre, sui campi italiani, accanto al Duce generoso. Santa Catharina è un campo ove i nostri hanno combattuto le magnifiche battaglie civili contro la selva inviolata, per la conquista del suolo e della solitudine; in mezzo a cui sorsero, per merito loro, paesi floridissimi e campagne ubertose, fecondatrici dei frutti più dolci ed utili della terra. Gli Italiani dovettero emulare, su quel suolo, la forte razza paziente, infaticabile, tenace dei tedeschi, i quali prima di noi vi avevano posto il piede di colonizzatori; eppure riuscirono a far trionfare le nostre energie che, purtroppo, spesso si disperdono per mancanza d’una saggia organizzazione, ma sono inesauribili come le fonti eterne dei fiumi che scendono dalle balze selvose del nostro Appennino e dai ghiacciai delle Alpi. Ed ora tutta la contrada di Santa Catharina porta nomi italici che, in una città, o in una regione o magari in un villaggio, sembrano voler ricordare qualche lembo della patria lontana.
Ecco Nova Venezia, Nova Trento, Nova Belluno, Nova Trinacria.... tutta l’Italia che laggiù rifiorisce per il lavoro dei suoi figli. Il Municipio di Urussanga è tutto italiano. Come sono degni di ammirazione i modesti eroi di questa grande epopea, i quali vennero, poveri coloni, dalle campagne del Veneto e dai latifondi della Sicilia, entrarono per la prima volta nella foresta vergine, aprirono un nuovo solco alla civiltà, combattendo per lunghi mesi contro disagi e pericoli d’ogni sorta, e battezzarono il suolo, fecondato e abbellito dalle loro fatiche, coi nomi benedetti della patria lontana! Oggi le colonie italiane in Santa Catharina, pur inferiori in potenza numerica ed economica a quelle tedesche, sono vigorose e promettenti; in Urussanga vi sono società e scuole italiane, professionisti italiani, v’è tutto un popolo che parla la nostra lingua e che pensa e sente italianamente, pur senza destare timore e gelosia nei nativi, i quali sanno benissimo che i nostri coloni, oltre alla madre patria, amano anche la terra che li ha ospitati. In Florianopolis, capitale dello Stato, bella e ridente sullo specchio azzurro del mare, il commercio italiano s’è validamente affermato, e s’affermerà ancor più quando saranno stabilite le dirette comunicazioni coll’Italia.
Lo Stato del Brasile che, dopo San Paulo, accoglie maggior numero d’Italiani, è quello di Rio Grande do Sul; anche qui la prima colonizzazione fu tedesca, e gli Italiani venuti dopo (nel 1874) non tardarono ad oltrepassarla in numero, che ora ascende a poco meno di 400.000 individui. Le nostre numerose ed importanti colonie nel Rio Grande del Sud sono molto prospere e ricche; i coloni sono tutti padroni del suolo o nella positiva e pratica possibilità di divenirlo e si contano a migliaja d’ogni parte della Penisola.
Rio Grande do Sul è senza dubbio uno degli Stati dove la nostra collettività si trova meglio e che merita uno studio speciale da parte nostra per il grave problema dell’emigrazione.
Gli Italiani a Rio de Janeiro e a S. Paulo.
Fin dal 1843, quando cioè la buona e virtuosa sovrana del Brasile, l’Imperatrice Teresa Cristina, figlia di Ferdinando II, arrivò a Rio de Janeiro, esisteva in questa città una colonia italiana che era poco numerosa e passava quasi inosservata in mezzo al tumulto di gente d’ogni provenienza che affluiva alla Capitale e lentamente ne invadeva i colli e le vallate popolandola ed ingrandendola fino a farla divenire il gran centro d’oggi. Alcuni italiani si impiegavano nelle rudi opere di muratore e di falegname; altri lavoravano in negozi di sarti e calzolai; altri, sbarcando come marinai da navi a vela, aprivano osterie e locande nella prossimità del porto. Fra le case commerciali erano notevoli solo due o tre, che importavano marmi di Carrara.
Tre anni dopo, nel 1846, in Via degli Orefici s’apriva la giojelleria dei fratelli Domenico e Cesare Farani a cui Rio de Janeiro deve l’apertura di molte vie e la costruzione delle scuole di S. Cristoforo, S. Sebastiano, Gloria e Ajuda. E d’allora i nomi di ingegneri, architetti e costruttori italiani s’allacciano ininterrottamente con tutta l’immensa opera dell’edificazione pubblica e privata della magnifica città in cui, anche oggi, l’attività italiana ha la sua caratteristica espressione, nella bellezza degli edifici e dei giardini e delle ville e delle strade, che rivelano la genialità artistica dell’ingegno nostro.
Lo spirito associativo e patriottico si manifestò qui sempre rigoglioso per custodire elevato e rispettato il livello intellettuale e morale della grande patria italiana, con istituti di credito, d’insegnamento, con la stampa periodica, ecc.
Il numero degli italiani, che risiedono in questa grande metropoli, sparsi in tutti i quartieri e sobborghi e paeselli circostanti, supera i 40.000; suddivisi in tutte le professioni, classi, mestieri, ecc. La maggior parte è assorbita dalle piccole industrie, che ogni giorno spariscono all’avanzare maestoso della grande industria, e dal piccolo commercio ambulante di pesciajuoli, lattivendoli, fruttivendoli ecc. I lustrascarpe e i rivenditori di giornali e dei biglietti di lotteria (gli Italiani hanno un monopolio incontestato in questo commercio) occupano per numero un posto non indifferente tra i maggiori gruppi in cui si distribuisce la colonia italiana di Rio. Un altro gruppo ben distinto è quello degli artisti delle varie compagnie teatrali, che da più di mezzo secolo vanno annualmente a Rio de Janeiro e vi si fermano. Moltissimi e degni della maggiore stima sono i professionisti.
Fra gli industriali coraggiosi e pieni di iniziativa sono alcuni proprietari di fabbriche di prodotti chimici, di stabilimenti litografici, di tipografie, ecc.
Nello Stato di San Paolo, in mezzo ad una popolazione che non oltrepassa i tre milioni e mezzo, vive circa un milione di figli d’Italia, i quali si trovano ovunque, dal porto di Santos ai più remoti paeselli dei confini. Essi hanno invaso tutti i mestieri, tutte le professioni, i commerci, le arti, le industrie e sono l’orgoglio della nostra storia coloniale, poichè se le fazendas (tenute agricole) di questo Stato sono così favolosamente produttive e la loro ricchezza si moltiplica continuamente, ciò si deve in buona parte alle braccia e all’intelligenza italiane.
Ed anche il commercio italiano, specialmente il piccolo, si afferma dappertutto vittorioso. I professionisti, gli ingegneri, i medici, i farmacisti, ecc. sono numerosissimi ed apprezzati e neppure son rare e povere le industrie che vantino nome italiano; finalmente l’arte nostra vi trionfa nelle costruzioni, nei teatri, nella musica, nella pittura, nella scultura, in tutte le sue molteplici e magnifiche espressioni. E se pure la massa non è ricca, in mezzo ad essa si contano fortune colossali, banchieri, commercianti ed industriali ricchissimi. Le associazioni sono a céntinaja e il grandioso Ospedale, la Camera di Commercio ed altri Istituti dimostrano la maturità e la floridezza della nostra colonia.
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Padre Josè Anchieta uno dei fondatori di S. Paolo
São Paulo, la capitale dello Stato, è dopo Rio de Janeiro la più importante città dell’Unione, la più ridente, la più armoniosa per bellezze naturali, la più estetica per opera dell’uomo. Quasi la metà dei suoi abitanti è costituita da emigrati Italiani. La città, che si distende su un piano elevato e lungo le valli dolcemente ondulate di due fiumi, ebbe origine, nel 1554, da un Collegio di Gesuiti, mandati nel Brasile per catechizzare ed incivilire gli indii. Nel 1553, il padre Josè d’Anchieta, con alcuni di loro, traversò la Serra, e nei campi di Piratininga fondò la bella città «ove abbondano i garofani, i gigli bianchi ed altri fiori» come egli stesso descriveva la nuova terra che, in breve tempo, sarebbe divenuta un centro popoloso ed importantissimo. Per la fortunata situazione topografica, San Paolo ha un clima temperato ed aria saluberrima, che hanno attratto, perchè simili a quelli della nostra patria, un gran numero d’Italiani i quali in essa sentono meno cocente l’angosciosa nostalgia della propria terra. Pure, fino a qualche anno fa, S. Paulo conservava ancora, nell’aspetto delle vie strette e soffocate, e delle case basse e buje, l’impronta del vecchio centro coloniale portoghese; ma, con le ondate di immigrazione italiana, essa si risvegliò a nuova vita e subì, a slanci, la rapidissima opera di trasformazione, di risanamento e d’abbellimento che l’hanno fatta divenire la gemma della terra paulista e una delle più belle città del mondo. Riguardo ai nostri connazionali, la Colonia italiana della Capitale dello Stato di San Paulo presenta, come in tutte le grandi agglomerazioni umane, le più disparate condizioni economiche: dal milionario al mendicante. In complesso, però, bisogna riconoscere che gli Italiani, pur non costituendo una collettività intensamente ricca, come quelle inglesi e tedesche, infinitamente più piccole, contano fra loro un buon numero di individui che possono classificarsi fra i grossi capitalisti e un numero rilevante di agiati. L’alto commercio, l’alta banca, la grande industria italiana vi fioriscono rigogliose, mentre sono innumerevoli i piccoli industriali ed i piccoli commercanti, nostri connazionali, che si trovano sparpagliati in tutte le vie ed in tutti gli angoli di San Paolo.
La traccia dell’influenza italiana intellettuale è invece grande e sensibilissima; molti medici, molti ingegneri, architetti, costruttori, tecnici valorosi ed insigni scienziati, sono stati e sono ancora in San Paulo quelli che tengono veramente alto il nome della Patria; ad essi bisogna aggiungere una schiera folta di artisti, pittori, scultori, decoratori, musicisti, artisti teatrali che, nella Capitale dello Stato, sono sempre molto apprezzati e festeggiati, e un gran numero di insegnanti a cui in Italia si pensa così poco e che pure, pazienti, infaticabili, compiono, nelle lontane terre, forse l’opera migliore d’italianità, insegnando ai figli dei nostri compatriotti la dolce lingua della patria, la sua storia gloriosa ed inculcando in essi il rispetto, l’amore e la devozione per l’Italia lontana. La classe operaia è numerosissima e tutte, o quasi tutte le industrie, grandi e piccole di San Paulo, si reggono sul braccio italiano: le fabbriche, le officine, i laboratorì sono pieni di nostri: uomini e donne, queste non meno infaticabili di quelli nel lavoro quotidiano.
I quartieri della parte bassa di San Paulo fervono di questa vita laboriosa e risuonano dei dialetti d’ogni parte d’Italia poichè da tutte le regioni della nostra penisola sono piovuti nei grandi sobborghi commerciali ed industriali di quella meravigliosa città, i nostri operai, che mettono in moto le macchine rumorose nelle fabbriche, battono i martelli pesanti nelle officine, curvano la schiena, all’aria aperta, sui solchi della terra, concordi nel compiere l’opera più bella dell’uomo: il lavoro. Essi, in genere, non hanno dimenticato la patria lontana; anzi, passando l’oceano, hanno portato con sè in gelosa custodia i loro usi tradizionali che adattano nella patria d’adozione, con nostalgico sentimento d’affetto. E la traccia di questi usi nostri si trova viva ovunque: nelle feste da ballo, nelle canzoni, nei trattenimenti familiari, nel modo di vivere. E non è raro il caso che, nei vasti e popolosi rioni di Braz, di Bom Retiro, tutta una folla di italiani del mezzogiorno s’aduni, ogni sera, in un grande stanzone per udir leggere, al lume fumoso di una lampada a petrolio, da un loro vecchio compatriotta, le storie cavalieresche di Guerrino detto il Meschino, del Conte Orlando, del traditore Gano di Maganza, che il popolo meridionale italiano adora anche oggi con ingenuo e commovente entusiasmo.
Tipi e macchiette di città.
Gli emigranti italiani che fanno i più umili mestieri e che tutti, da lontano, compiangiamo, senza averli mai veduti e conosciuti, sono invece, sotto un certo punto di vista, i veri conquistatori delle piazze di Rio de Janeiro e di S. Paulo.
Essi vanno da per tutto, nei borghi delle grandi città, nelle stazioni ferroviarie, nei piccoli negozi di campagna ove hanno soppiantato in buona parte i portoghesi, e ovunque c’è da sostenere un lavoro, da spiegare un’attività individuale e da correre anche un rìschio, pur di poter tentare la sorte, di poter sottrarsi alla vita monotona e dipendente del salariato.
I lustrascarpe.
Dopo il giornalajo, il tipo più popolare italiano, che si conosca nelle principali città brasiliane e specialmente a Rio de Janeiro e a S. Paulo, è il lustrascarpe il quale a sua volta era girovago e perlustrava, con la sua cassetta a tracolla, le vie più belle; poi divenne stabile e si fissò su un punto determinato del marciapiede o della piazza; più tardi invece, per ordine severo della prefettura, che non permette più ingombri alla libera circolazione per le vie, piantò il suo minuscolo arsenale ai piedi d’una scala, o sotto gli anditi di qualche galleria, o in certi piccoli negozi che, per essere nei punti più centrali della città, costano una pigione molto forte, o nel vano d’una porta. Qualche anno fa, a S. Paulo, il lustracarpe era un tipo caratteristico. Sul luogo dov’egli esercitava il suo mestiere all’aria aperta, non c’era soltanto la solita cassetta con le spazzole ed i vasetti di lucido; ma anche una specie di baldacchino formato da un alto seggiolone a braccioli e da un enorme ombrello di tela bianca, come quello che usano in campagna i pittori, legato alla spalliera della sedia già ingombra di giornali fra cui il lustrascarpe faceva risaltare, per patriottismo, quelli italiani. Chi aveva bisogno di farsi pulire le scarpe sedeva sotto quel baldacchino, non pomposo ma abbastanza comodo, tanto nell’estate quanto nell’inverno e, durante il lavoro sapiente dell’artista della spazzola, dava uno sguardo a tutti i giornali accumulati alle sue spalle, e tutto ciò per solo 100 réis. Oggi i seggioloni sono gli stessi, i giornali non mancano, ma il baldacchino è scomparso e l’opera del lustrascarpe vale il doppio perchè la prefettura municipale esige tanto di patente che vien pagata quasi un centinajo di lire all’anno.
Anche il lustrascarpe, come il giornalajo, è sempre di buon umore e s’acquista subito le simpatie degli avventori poichè il Brasiliano è di natura melanconica ma ama ed apprezza molto i temperamenti allegri e chiassosi. Il lustrascarpe intelligente diviene ben presto il depositario delle piccole confidenze dei suoi clienti e dopo un mese ne conosce il nome, la famiglia, la professione e perfino la fede politica. Egli è d’una cortesia rozza ma non goffa, nè servile!
Il suo costante buon umore s’altera solo quando i giornali recano la notizia di qualche avvenimento che riguardi l’Italia. Egli generalmente non sa leggere e allora quei giornali, disposti tutto il giorno alla spalliera del suo seggiolone, acquistano per lui un fascino strano; li guarda, li tocca con ansia quasi per poter loro carpire il mistero impenetrabile che accolgono e attende, con irrequietezza angosciosa, il cliente più benevolo che gli dia le informazioni che desidera. Allora con che disordine butta giù domande e come accoglie con avidità e con occhi sfavillanti le risposte che poi comunicherà ai compagni con appassionati e rapidi commenti! E come questi operai si mostrano solidali in un pensiero d’amore e d’ajuto per la Patria anche nelle circostanze gravi e nei momenti più difficili della vita coloniale, nonostante non abbiano fondato società di mutuo soccorso, nè a Rio, nè a S. Paulo e benchè, purtroppo, non abbiano una scuola serale per sè e per i loro figliuoli! Questo vivo sentimento patriottico è il lato più simpatico della psicologia di questa gente umile, senza istruzione e senza ideali; tanto più simpatico in quanto non ha secondi fini, ma è l’espressione intima e sincera d’un affetto sacro.
Il venditore ambulante.
Questi vive per lo più in certa specie di fondachi chiamati estalagens, che lo sventramento risanatore di Rio de Janeiro e il progresso dell’edilizia paulista demoliscono con tale attività che, fra qualche anno, non ne rimarrà altro che il nome. Alle 3 del mattino il venditore ambulante è già fuori della porta e, con due ceste infilate nelle braccia, s’avvia spedito al mercato e là si ferma innanzi alle cataste di verdura sbarcata il giorno precedente e sceglie un pò di tutto: dai cavoli ai pomodoro, dalla zucca alle patate dolci, dai fagiolini agli aranci, litigando sulla qualità, sui prezzi, facendo sfuriate contro il monopolio degli incettatori e terminando coll’accomodarsi con tutti e col lasciare a tutti un bel sorriso di soddisfazione accompagnato dalla promessa significativa di ritornare domani. Allora dispone con grande cura, nelle due ceste, i cavoli, i ravanelli, le patate, i pomidoro e i quarti di zucca, le rape e le carote e, quando le ha riempite, ne infila il manico lentamente come se temesse di veder cadere qualche cosa ed incomincia il giro, recandosi nel quartiere dove ha i suoi clienti abituali e dove, con voce baritonale, inizia la sua opera di banditore. E con quel peso, sale le alture dei quartieri antichi, fermandosi ad ogni richiamo, e va sino agli ultimi piani delle case che, fortunatamente di rado, in certi quartieri son palazzi ed hanno più di due o tre piani. Ma la maggior parte degli affari si conclude sulle porte delle case terrene, e con quanti litigi e giuramenti! Il venditore ambulante italiano ha soppiantato il portoghese dappertutto, per la ricchezza della sua parola, e perchè non è duro, inflessibile e cocciuto come quello; ma discute, dimostra, inventa, esagera, gestisce, esce in iscandescenze lirico-drammatiche e finisce sempre per persuadere e lasciar contenta la sua clientela.
Al mercato del pesce.
A S. Paulo, di fianco al mercato di via João Alfredo, vasto ed animato, che ha qualche cosa del bazar per il modo con cui vi si commercia, per il baccano che vi domina e per la varietà della mercanzia, v’è ora il nuovo mercato del pesce. Qui il baccano aumenta in modo indescrivibile; i rivenditori sono quasi tutti italiani del mezzogiorno, i quali hanno trasportato in S. Paulo i costumi caratteristici delle loro terre. Essi sono sempre ebbri di sole e di aria, chiassosi e gioviali, in una continua esaltazione provocata dal rumore infernale in mezzo al quale vivono di continuo. Perché al mercato del pesce tutti gridano, e come!
Anche i brasiliani che, di solito, parlano con una tonalità di voce molto moderata, quando entrano là dentro sono costretti a gridare per farsi intendere in mezzo a quel pandemonio vorticoso, pittoresco, vario. Fin dalle sette del mattino, nel grande edificio nuovo del mercato, nella sezione delle verdure, v’è un via vai straordinario, un avvicendarsi di tipi di tutte le gradazioni sociali. I cuochi sono i primi ed anche se non portano il classico berrettino bianco, si riconoscono subito dal viso sbarbato e dall’enorme sporta che riempiono a poco a poco d’ogni sorta di commestibili e di legumi delicati, che solo certe categorie di persone mandano a cercare, poichè al Brasile il baccalà, per esempio, il cavolfiore, gli asparagi, qualunque qualità di verdura che, da noi, è cibo da povera gente, sono invece prelibati e molto più costosi della carne. Più tardi vanno le domestiche bianche, e le nere e mulatte, varie di colore, ma simili a quelle per l’abitudine delle chiacchiere e dei pettegolezzi. Le domestiche italiane sono in buon numero, hanno lo scilinguagnolo ben sciolto e litigano per quarti d’ora per venti reis (un soldo brasiliano) mentre sotto l’ampia tettoja, le voci e le ciarle corrono, rimbombano e si mischiano e si confondono in un baccano infernale. Ma il mercato è interessante specialmente nella sezione delle verdure e dei legumi. Ci son cinquanta, sessanta o più tavoloni su cui s’ergono, accatastati, fasci enormi di finocchi, di sedani, di cicorie, di broccoli, di cardi, di asparagi e d’ogni qualità prelibata d’ortaglie proprie dei paesi caldi d’Europa e che pure sono prodotti genuinamente italiani, poichè le campagne che circondano S. Paulo furono, sin dai primi anni, colonizzate dagli italiani i quali le hanno trasformate con un lavoro indefesso ed accurato in orti e giardini che farebbero invidia agli stessi europei e che dànno prodotti più abbondanti dei nostri, se non più saporiti.
Sulla via di Mooca, all’alba, s’incontrano dozzine e dozzine di nostri ortolani, con carrettelle piene d’ortaglie fresche irrorate dalla guazza. Altre volte son donne: belle campagnole formose, dal volto abbronzato ed ardito; esse, quando son giunte al mercato, si collocano in piedi dinanzi alla loro merce, ne decantano la bontà, e contrattano con un linguaggio semplice ma espressivo e con maniere così spiccie che riescono perfino a togliere alle domestiche il gusto di cicalare. Da questo mercato si passa a quello del pesce. Quasi sull’alba il primo a contrattare è il rivendugliolo italiano con le sue ceste a bilancia, con una borsa di cuojo legata alla cintura, con uno straccio bianco al braccio e con una bilancetta nel fondo d’una cesta. Silenzioso, egli fa un giro d’ispezione intorno a tutte le sporte che si vanno vuotando sulle enormi tavole di marmo, osserva, sbircia e, con l’aria di chi ha poca voglia di fare una compra, comincia a contrattare. In questo egli ha una diplomazia specialissima, che gli ha procurato molto credito e rispetto nel mercato. Quando ha riempito le ceste sembra trasformarsi: le carica premurosamente in bilico sulla spalla e se ne va di buon passo per la via maggiore, che conduce al centro della città. Alle volte, e specialmente d’inverno, il suo giro è un trionfo poichè il pesce va a ruba e i quattrini scendono nella borsa, tintinnando che è un piacere; ma d’estate, quando la merce è scarsa e facilmente si guasta, la sua fatica cresce di molto; e pare che le strade sieno più lunghe e il peso delle ceste raddoppi.
Il «Mascate»
Forse la parola mascate ha origine esclusivamente portoghese; ma il tipo del merciajo ambulante, così comune nel nostro Napoletano ed in Sicilia, è diventato nel commercio brasiliano una vera istituzione. Il mascate vero è ordinariamente il turco, poichè la grande esportazione d’uomini che l’Asia Minore fa per il Brasile, ha sempre compreso un numero straordinario di merciai ambulanti. Gli italiani che si dànno allo stesso mestiere, sono invece, per lo più, delle province di Napoli, d’Avellino e Benevento. Però il mascate italiano è molto meglio accetto del siriaco; ha più comunicativa, è più allegro e sa ingarbugliare con maggior garbo la clientela; mentre il siriaco è sempre oscuro d’umore come il nero dei suoi capelli.
Il mascate prepara il fagotto con molta cura, mettendovi tele e tessuti di tutte le specie e ponendo in certe cassettine, sempre lucide e ben preparate, un vero arsenale di coserelle che, di solito, valgono molto poco, ma che son destinate a fare impressione nelle femminucce e nei contadini. Sono nastri, spilli con pietre false, bottoni da polsi e da colli, fazzolettini variopinti e di seta fradicia, agorai, anelimi di stagno, qualche rara volta d’argento, boccettine d’acqua odorosa, pettini, spazzole, cravatte e mille altre cianfrusaglie che, a quelle cassettine chiuse come scrigni, dànno l’aspetto di scatole prodigiose. Con questo bazar portatile in ispalla, egli corre per le strade, sale e scende ogni giorno icentinaja di scale e s’insinua, con ogni specie di profferte e di facilitazioni, che lo fanno divenir spesso un elemento indispensabile, nella casa dei clienti. Naturalmente egli profitta di questa sua importanza, per prender la gente in un ingranaggio di piccoli debiti che si scontano mensilmente o a settimane e che aumentano il valore della mercanzia. E, passando per le vie con aria trionfale, guarda con espressione maliziosa le fanciulle affacciate alle finestre e, sorridendo, ripete loro il suo ritornello che è una tentazione: «Coisas bonitas, frequez!» (Cose belle, avventore!). E le donne di casa e le giovinette, in ansia, per il corredo da sposa, abboccano all’amo e fanno aprire l’involto magico.
Questi è il mascate di città; v’è poi il mascate di campagna il quale va per le fazendas, affaticandosi per il lungo cammino e arrischiando non solo la salute, ma qualche volta anche la sua merce; però vendendo a prezzi esorbitanti che dovrebbero far aprir una buona volta gli occhi agl’ingenui coloni.
Il renajuolo.
Sulle rive del Tieté, presso il Ponte Grande, in S. Paulo, vive la popolazione singolare dei renajuoli. Le loro casette s’allineano o si sparpagliano grigie, uniformi, nude e tristi presso la sponda del fiume, dal cui letto essi traggono la vita. Il renajuolo possiede una barca ed un suo strumento; e così, con la barca vuota, e con una specie di pala a cassetta, assicurata ad un lungo manico, egli parte dalla misera abitazione e perlustra il fiume per trovarvi i banchi di rena. Quando ne ha trovato uno mette in opera il suo strumento e comincia un accurato lavoro di dragaggio.
La barca si riempie lentamente, sotto il sole che folgora, durante la fatica dannata del renajuolo che ha i piedi nell’acqua, il corpo sudato ed i vestiti grondanti; i muscoli nello sforzo continuo gli si fanno d’acciajo, il corpo gli si tempra nell’incredibile pena; ma qualche volta la febbre palustre s’abbatte sul povero lavoratore e la barca rimane immobile e nera nel piccolo porto fluviale per settimane intere; finché egli, un po’ più pallido, un po’ più affranto e dimagrito, non ritorni alla sua fatica. I renajuoli sono tutti italiani, per la maggior parte toscani, nati sulla bella spiaggia di Viareggio. In mezzo a loro suona continuamente il «dolce accento della Versiglia» con le cadenze molli e le imprecazioni caratteristiche. Questa rude gente, imperterrita nella fatica, sobria, tenace, non si lamenta mai, desidera solo di campar la vita il meno peggio possibile, con la vaga speranza di tornare un giorno a vedere gli ulivi argentei della sua terra.
Il guadagno che questo fiero, piccolo popolo di oscuri eroi del lavoro ritrae da simile durissima esistenza non è grande e, per di più, è insidiato dai periodi assai frequenti di disoccupazione; eppure i renajuoli sono affezionati al proprio mestiere, che si trasmettono attraverso le generazioni.
Le bande musicali.
Le bande di musica sono una vera istituzione nazionale trapiantata dall’Italia nel Brasile dove, quando sono riuniti appena cento italiani, la banda musicale si forma per necessità assoluta di vita. In mezzo alle foreste, nelle stesse fazendas ove l’agglomeramento dei coloni italiani è grande, appena si trovi un uomo che sappia compitare alla meglio quattro crome e dar fiato ad un pezzo di tromba, il corpo musicale è immancabile. Formata la banda, incominciano gli inviti e i contratti per feste, balli, processioni, ecc., ed allora è necessario la formazione della società e delle divise che, per lo più, rispondono alle simpatie che ha il capo e ai suoi precedenti artistici e politici di gioventù, sempre però ad un sentimento patrio. Nei giorni solenni tutti vestono la divisa, dandosi un’aria bellicosa che s’accentua in special modo quando, per caso, alla divisa vada unita la sciabola.
Così il giorno 20 settembre, dovunque sieno cinquanta italiani si vedrà un gruppo di coloni, vestiti a festa con una bella bandiera tricolore spiegata e coll’immancabile banda in gala, che eseguisce l’Inno Reale e quello fatidico di Garibaldi. Tante volte, fra le note trionfanti, scoppia qualche stonatura, ma anche essa fa tremolare negli occhi, senza che ci si accorga, lacrime di commozione!
Vita dei campi — La «Fazenda».
La «Fazenda» brasiliana è una vastissima tenuta o stabilimento agricolo e siccome essa, rispetto alla nostra emigrazione, è più importante nello Stato di S. Paulo che altrove, c’interesseremo di questo in ispecial modo. Nello Stato le «fazendas» si dividono in varie categorie, cioè: «Fazenda de cafè» se la coltivazione principale è di caffè; «Fazenda de canna) se è coltivata a canna da zucchero; «Fazenda de criação» se è addetta all’allevamento del bestiame: «Fazenda mista» quando è adibita alla coltivazione del caffè e della canna.
Nel «sitio» invece, che equivale al nostro podere, si trovano molto spesso riunite, in piccole proporzioni, la coltivazione del caffè, della canna, dei cereali, l’allevamento del bestiame e qualche volta anche la coltivazione del tabacco, del cotone, della manioca, ecc.
Per i servizi della «fazenda» il colono è rimunerato di regola ad un tanto; per la coltivazione annuale di 1000 piante di caffè, da 100 a 134 lire italiane ed ha generalmente il diritto di seminare tra i filari di caffè due linee di cereali, e quando le piantagioni di caffè son tanto cresciute da ombreggiare il terreno, allora il padrone assegna al colono un luogo fuori delle piantagioni, dove questi può seminare cereali col beneficio del raccolto, può allevar bestiame, ecc., sicchè da una famiglia composta di due persone atte al lavoro e d’una donna che attenda alle faccende di casa, può farsi un risparmio annuale di circa 800 lire. Ma questo guadagno presuppone che la famiglia colonica abbia avuto la fortuna di trovare una fazenda discreta, un proprietario onesto che sia puntuale nei pagamenti e che non rovini con multe esagerate i suoi dipendenti e, soprattutto, presuppone che la malattia non abbia fatto la sua triste visita in casa, poichè essa costituisce la rovina d’una famiglia colonica per la perdita di lavoro e più ancora per le spese enormi assolutamente incredibili per noi europei, per procurarsi il medico e le medicine. Fortunatamente però incomincia ora ad estendersi nelle, fazendas la mezzadria, che da ottimi risultati sia pel proprietario sia pel lavoratore. Essa si pratica in base a questi patti: il mezzadro coltiva le piante di caffè affidategli ed al raccolto ne divide il prodotto in parti uguali col proprietario e inoltre fruisce di tutti i vantaggi del colono dipendenti dalla cultura di cereali, dall’allevamento del bestiame, dal pascolo in comune, ecc. Il risparmio annuale, effettuato da una famiglia di mezzadri, con due uomini atti al lavoro ed una donna per le faccende di casa, si calcola possa salire a circa 3500 lire; ma naturalmente anche per il mezzadro bisogna fare le stesse riserve poste sopra per il colono; però un emigrante che abbia la fortuna di collocarsi come mezzadro con la propria famiglia in una discreta fazenda può sperare, se la fortuna non lo perseguiti con malattie o con raccolte disgraziate, di mettere insieme, in breve tempo, un piccolo capitale con cui svincolarsi dalla servitù economica della fazenda e divenire, con la compera d’un pezzo di terra, libero proprietario. La vita normale che si conduce in fazenda è tranquilla e monotona, tanto più perchè isolata dal movimento del mondo esterno; anzi si può dire che, specialmente nelle grandi «fazendas», non giunge mai l’eco di ciò che succede altrove. In alcune grandi e migliori fazendas esistono, col magazzino (venda o armazen) dove i coloni trovano da comperare tutto l’occorrente, la chiesa, la scuola per i bambini ed in certune perfino il piccolo teatro pei volonterosi dilettanti, e l’ufficio postale; sicchè lo stabilimento agricolo basta in quel caso a sè stesso, e l’uscita d’un colono dai suoi confini, tracciati da una triplice fila di fili di ferro, è un’eccezione straordinaria. Il duro lavoro quotidiano non permette distrazioni, e solo quando è scesa la notte, i coloni d’ogni nucleo si radunano per parlare un poco insieme dei loro lavori, delle umili speranze per il futuro, con accenti di rimpianto per la patria lontana.
Ma là conversazione è breve perchè alla nuova alba la campana del feitor (un soprintendente ai lavori) non tarderà a squillare per richiamarli alla fatica. La domenica è un poco più lieta e le vicinanze dell’armazen prendono un aspetto vivace, mentre nella chiesuola la turba lavoratrice accorre in abiti festivi ad ascoltare la messa. Nel pomeriggio, secondo l’elemento di cui la colonia è composta, s’organizzano divertimenti; così gli adulti si dànno il lusso di qualche partita a bocce o alle carte ed i giovani ballano al suono d’una fisarmonica o magari d’una piccola orchestra. Nelle «fazendas» più piccole ove, purtroppo, non c’è una scuola, una chiesa, nè l’armazen, la domenica mattina avviene l’esodo.
Nelle case coloniche rimangono, una per ogni casa, soltanto le donne che preparano il pasto festivo; mentre gli altri, uomini e donne, vanno al paese più vicino; gli uomini a cavallo, le donne quasi sempre a piedi. Lì, i capi di famiglia, mentre le donne e le fanciulle, dopo aver ascoltato la messa, s’abbandonano alla gioja fanciullesca e vanitosa di ammirare, scegliere ed acquistare qualche nastro, un grembiulino od altri oggetti modesti, fanno le provviste per la settimana ventura. Però molti di essi, dopo esser vissuti per settimane e mesi lontano d’ogni consorzio umano, privi di qualsiasi trattenimento ed occupazione che possano agire con beneficio nel loro spirito, s’abbrutiscono facilmente e, in qualche domenica, dopo aver camminato ore ed ore per giungere alla città, non sanno far di meglio che abbandonarsi al giucco ed alla piuga, la terribile bevanda che fa tante vittime fra i nostri emigranti, di cui è il più temibile nemico. In conclusione anche la vita della «fazenda» migliore è fatta di fatica e di monotonìa, come quella di tutti i lavoratori dei campi: rotta solo all’epoca del raccolto. La vivace animazione della «fazenda» in quei giorni ricorda le nostre vendemmie; i cafezaes, gremiti d’uomini, di donne e di ragazzi risuonano di canti, mentre il lavoro procede febbrile ma allegro. Non si raccoglie forse allora il frutto di lunghi mesi d’attesa e di fatiche che irrigidirono le braccia per lo sforzo del lavoro compiuto sotto il sole cocente?!..
Se le buone fazendas sono molte, non sono poche purtroppo amene le cattive; ma il numero di queste pare vada diminuendo. Un periodo tristissimo per i nostri contadini fu quello di alcuni anni fa, conseguenza della grande crisi del caffè e del suo deprezzamento, che inasprirono i fazenderos (proprietarii di fazendas) contro i coloni loro dipendenti: ma allora, se